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Appunti di vita

Ai confini dell’umanità

Luna · giugno 2019
Ai confini dell’umanità

Il 20 luglio 2019 la missione spaziale privata SpaceY atterrò sulla Luna dopo esattamente cinquant’anni dalla missione dell’Apollo 11.
Percorsi tre giorni di viaggio e mi ci volle un addestramento di due anni per poter realizzare il mio sogno che si concretizzò quando la Lone Wolf, la navicella spaziale che mi portò fin lı̀, si posò delicatamente sul suolo lunare.
Il portellone della navicella si aprı̀ lentamente facendo entrare i raggi di un timido sole al suo interno in un silenzio irreale. Ero lı̀, sul ciglio della navicella, in attesa che il portellone avesse finito la sua corsa, fino quando non iniziai ad intravedere le sagome di Màni e Diana che erano lı̀ ad attendermi.
«Benvenuto Gregorij »
La voce esile di Diana spezzò via il silenzio ovattato che mi accompagnava da giorni.
Scesi le scalette, mi avvicinai e porsi la mano prima a Diana e poi a Màni.
«Grazie. EN un onore per me essere qui. Ho sognato tutta la vita questo momento»
Mi resi conto che dalla mia voce traspariva un cenno di commozione alla vista dei due abitanti lunari, ma mi accorsi dalle espressioni celate dalle loro tute, che anche loro erano emozionati nel vedere ancora una volta degli esseri umani dopo cosı̀ tanto tempo.
«Seguici, andiamo a casa» disse Diana girandosi verso il rover parcheggiato poco più in là.
«Certo» risposi imbarazzato iniziando a seguire i padroni di casa.
Salirono sul veicolo e fu solo allora che mi resi conto della palla blu all’orizzonte. Le già scarse parole si bloccarono in un respiro interrotto dall’emozione di vedere quella meraviglia all’orizzonte.
«EN bellissima, vero?» chiese Diana che mi aveva tenuto d’occhio fino ad allora, mentre Màni guidava. Mi girai verso di lei e con gli occhi pieni di stupore ed un’espressione intontita riuscii solamente ad accennare un sı̀ muovendo la testa come fanno i cobra incantati di fronte al loro pubblico.
Il rover si avviò verso la zona buia della luna, attraversando ad un certo punto quel confine delineato dalla luce. La strada era battuta e non si percepivano scossoni, ma solo il silenzio ed il buio che calava man mano che si entrava nell’oscurità.
Màni accese le luci e imboccò una piccola stradina che scendeva lungo un cratere.
Fu a quel punto che comparve la cittadella.
Sapevo della sua esistenza, ma nessuno l’aveva mai vista. Erano pochi moduli collegati da tunnel depressurizzati, uno dei quali risaliva il cratere dalla parte opposta, finendo poco dopo il confine luminoso.

Diana si voltò verso di me: «Guarda» - indicò con il braccio - «quelli sono i moduli in cui abitiamo. Quelli lı̀ in fondo invece sono i nostri moduli serra con affianco i moduli per lo stoccaggio. Quella invece...» continuò indicando un modulo non lontano dal confine d’ombra «...quella è la sala controllo e quello lassù invece è il modulo Alexandra, la nostra biblioteca» .
«Avete una biblioteca?» risposi stupito.
«Si. Dopo il primo viaggio di 50 anni fa abbiamo iniziato a ricevere dalla terra le copie di molti volumi. Il progetto era quello di creare un archivio extra-terrestre che potesse essere al sicuro da qualunque minaccia fosse accaduta alla Terra»
«E quanti libri avete?»
«Abbiamo la copia di quasi tutti i libri pubblicati sulla Terra. Conserviamo oltre 200 milioni di
volumi»
«Duecento mil...» pronunciai basito. «Ma sulla Terra non se ne sa nulla di questo archivio!
Come è possibile?»
«E’ un progetto segreto che deve rimanere tale. Non vogliamo che nessuno sappia della nostra esistenza, né tantomeno della biblioteca. Andiamo a casa ora. Sarai stanco. Ti abbiamo preparato una camera dove potrai fare una doccia. Avremo modo di raccontarti tutto.»
Il rover finı̀ di scendere giù per le pendici del cratere e rallentò , avvicinandosi dolcemente in una specie di tunnel trasparente. Una volta entrati il mezzo si spense ed una porta si chiuse dietro di loro. Màni scese per primo seguito da Diana. Io li seguii. Ci togliemmo il casco: eravamo già nella cittadella, la zona vivibile del territorio lunare.
Fui accompagnato nella mia stanza. Una cellula con un letto, una scrivania ed un bagno. Una stanza non più grande di venti metri quadrati, molto minimalista, ma con tutto il necessario per un ospite. Sembrava una di quelle camere d’albergo che avevo incontrato in Giappone, dove lo spazio è una risorsa nazionale di primaria importanza.
Diana mi mise a mio agio, dandomi il tempo di farmi una doccia per cosı̀ dire “normale” e di riposarmi. Ma l’idea di essere sulla Luna, di vivere nella cittadella lunare e di incontrare i suoi due abitanti mi aveva portato l’adrenalina a livelli critici. Passavo da stati di eccitazione ed euforia a momenti di razionalità in cui emergevano i mille dubbi e domande che avrei voluto fare ai due abitanti lunari: “Chi ha costruito tutto questo? Come è possibile che ci sia acqua sulla Luna? Perché mettere proprio qui la più grande biblioteca del mondo conosciuto? Come facevano a sopravvivere due persone sole su un satellite come questo?”. Ero pieno di dubbi, di
curiosità e l’idea di perdere anche solo un minuto in più da solo mi divorava dentro. Per cui mi rivestii con degli abiti puliti e mi diressi verso la zona comune. Lı̀ trovai Diana stesa sul divano a leggere.
«Sei già qui?» mi fece.
«Si, non riesco a riposarmi e ho molte cose che mi girano per la testa»
«Capisco. Ti va di fare un giro?»
«Non vedo l’ora» risposi, notando solo in quel momento che Màni non c’era.
«Màni dov’è?»

«EN andato a prendere la cena» rispose Diana, accennando ad un piccolo sorriso.
La seguii per i corridoi. Mi mostrò le loro stanze, la cucina e poi, dopo aver attraversato un tunnel, ci dirigemmo verso i moduli serra e di stoccaggio. Passammo prima attraverso quest’ultimo, dove Diana mi mostrò le riserve di cibo rimaste. Erano tutti preparati della terra.
Vegetali e frutta conservati con un ordine certosino su dei lunghi scaffali alti tre metri.
In quel comparto della cittadella c’erano però anche riserve di ogni tipo: tute, mobilio, vestiti di ogni genere, forma e misura; motori, attrezzi, pezzi di ricambio per la stazione lunare. C’era tutto quello che poteva servire per poter vivere lı̀ senza avere alcun contatto con la Terra e garantendo ai suoi abitanti il necessario per risolvere situazioni spiacevoli come guasti o altri inconvenienti di ogni sorta. Attraversato il corridoio principale ci dirigemmo verso un altro tunnel. Finimmo nella serra. Una enorme area coltivata di 2 ettari circa. C’era di tutto. Ortaggi, alberi da frutto, verdura di ogni tipo. Tutto sotto un’enorme cupola trasparente. Ogni pianta
aveva un sistema di irrigazione individuale e, a metà cupola, c’erano degli enormi bracci che muovevano degli specchi. Al centro di tutto una piccola casetta in pietra.
«A cosa servono quelli?» chiesi incuriosito indicando gli specchi.
«Simulano il giorno e la notte. Si alzano per riflettere i raggi del sole e si abbassano per far riposare le piante. Questo è il nostro giardino. Qui ci procuriamo il necessario per vivere, ma ci aiuta anche a ricordare che non siamo soli. Queste piante sono vive e noi ci prendiamo cura di loro, cosı̀ che loro possano donarci il necessario per continuare il nostro viaggio. E’ il luogo in cui veniamo quando vogliamo sentirci a casa, immaginando di essere sulla Terra».
Diana mi raccontava tutto questo quando vidi in lontananza Mà ni che, chinato, raccoglieva qualcosa dal terreno. Continuammo alla volta della biblioteca.
Passato l’ennesimo tunnel finimmo in un modulo mastodontico, questa volta chiuso su tutti i lati. Delle luci si accendevano nelle zone che attraversavamo impedendomi di valutare quanto fosse grande quel luogo. C’erano scaffali a perdita d’occhio, alti almeno 10 metri.
«Ma come fate a orientarvi qui dentro?» chiesi rimanendo basito da quello che avevo di fronte.
«Ogni fila di scaffali indica un genere, e in ogni fila c’è una sezione per lingua. Qui siamo nella sezione della filosofia. Alla nostra destra, nell’altro corridoio, c’è la storia, mentre a sinistra i romanzi d’amore e cosı̀ via. Qui dentro c’è tutto quello che l’umanità è riuscita a produrre, a pensare, a tramandare. C’è tutto quello di cui l’uomo ha sempre avuto paura, il modo in cui la gente si è amata e odiata, c’è la descrizione della vita e della morte. Ci sono le cose stupefacenti e quelle tremende»
«Ma perché fare un archivio cosı̀ immenso proprio qui?» chiesi incredulo.
«Perché bisogna proteggere l’uomo da sé stesso. Questo è l’unico modo per garantire che l’umanità non perda memoria di sé, anche se l’ennesima guerra dovesse distruggere tutto.
Siamo i guardiani della conoscenza umana. Siamo sulla luna perché questa è la nostra missione. Ma noi siamo una soluzione estrema. Siamo qui sperando di non essere mai chiamati a dover compiere la nostra missione. Se dovesse mai capitare che l’uomo decida di distruggere la sua casa, allora noi siamo l’ultimo baluardo di consapevolezza che rimane.
Siamo i guardiani della coscienza dell’umanità».

Rimasi in silenzio ad ascoltare l’eco dei nostri passi che risuonavano dentro me, mentre stentavo a credere a quello che stavo vedendo intorno.
Ci vollero cinque minuti di cammino per arrivare alla fine di quel corridoio da cui si intravedeva un altro tunnel. Diana mi fece segno di andare in quella direzione. La seguii girando la testa per cercare di capire quanti altri corridoi ci fossero. Non riuscii a farmene
un’idea precisa. Erano tantissimi e si perdevano nell’oscurità di quella stanza gigantesca.
Ci infilammo nel tunnel successivo. Era in salita, ma c’era un sistema di trasporto elettrificato.
Salimmo e Diana spinse un pulsante. L’aggeggio iniziò a muoversi verso l’alto seguendo il tunnel nel quale era stato costruito. Dieci minuti dopo arrivammo alla fine. Una specie di sirena suonò brevemente. Era il segnale che potevamo scendere e proseguire a piedi. Dietro
una leggera curva, vidi il confine d’ombra che tagliava il tunnel. Pochi passi ancora ed il sole ci avrebbe colpito. Attraversammo il confine e venni quasi accecato. La luce rese tutto impossibile da mettere a fuoco. Mi ci vollero alcuni secondi, poi, lentamente, tutto prese nuovamente forma. Arrivammo alla fine del tunnel. Non c’era niente. Solo una panchina rivolta verso l’esterno. Diana mi fece segno di sedermi. Lo feci. Si mise accanto a me. La luce mi dava ancora fastidio, ma riuscii a intravedere a ovest la Lone Wolf. La cittadella era scomparsa dalla mia vista. Era nel cratere alle mie spalle in cui fu costruita chissà quando e chissà come. Guardai Diana. Lei guardava dritto di fronte a sé. Incuriosito mi girai verso la stessa direzione e sgranai gli occhi.
Era lı̀. Apparentemente ferma. Blu, come il più incredibile degli zaffiri.
Rimanemmo in silenzio qualche secondo, poi mi girai verso di lei che non aveva mosso di un millimetro lo sguardo. Sorrideva guardando la Terra al centro dell’oscurità cosmica.
«Cos’è questo posto? Perché siamo qui?»
Lei non rispose subito. Fece un respiro, si girò verso di me. Mi guardò negli occhi per qualche istante accennando un mezzo sorriso, poi si rigirò a guardare la Terra.
«Fra circa 5 miliardi di anni, il sole avrà trasformato tutto l’idrogeno del nocciolo in elio. E alla temperatura attuale, l’elio è inerte, quindi non può dar luogo ad altre reazioni nucleari, per cui il sole si raffredderà e la pressione provocata dal gas diventerà troppo debole. La gravità prenderà il sopravvento e il sole comincerà a contrarsi facendo riscaldare il centro. Quando il centro avrà raggiunto i 100.000.000 di gradi anche l’elio potrà trasformarsi in carbonio fornendo al sole una nuova sorgente di energia nucleare. Siccome però , rispetto ai 13 milioni di gradi che permettono la vita sulla terra, a 100.000 di gradi la produzione di energia sarà
molto maggiore, il sole, per non esplodere, dovrà dilatarsi facendo aumentare il suo raggio anche di 200 volte. Si ingrandirà cosı̀ tanto da lambire o inglobare la Terra. Nel primo caso la Terra diventerebbe un deserto arido. Nel secondo scomparirebbe del tutto. In ogni caso è probabile che fra 5 milioni di anni scomparirà ogni cosa».
Fece una breve pausa. Poi continuò , guardandomi negli occhi.
«Nel frattempo che attendiamo la nostra fine lei ruota ad una velocità di migliaia di kilometri orari ed il genere umano tenterà disperatamente di rimanerle aggrappato. Ti sei mai chiesto se chi aveva popolato la Terra prima di noi aveva mai avuto un qualche segnale del nostro arrivo? Un indizio? Un singolo evento che ha messo in moto questa catena? Era un sussurro nell’orecchio di Dio. Sopravvivere, adattarsi o fuggire? Chi sa cosa si sono chiesti. E se potessimo fissare quel preciso momento nel tempo, quel primo manifestarsi del presagio di un imminente pericolo, cosa avrebbero potuto fare di diverso?
Lo si sarebbe potuto fermare? O era tutto scritto da tempo.
E se potessimo tornare indietro, alterare il suo corso, impedire che si manifesti....lo faremmo?»
Non capivo bene cosa mi volesse dire. Riuscivo a guardarla soltanto, ammaliato da quell’essere. Ma non riuscii a frenarmi.
«Perché avete deciso di venire qui, isolati da tutto, e di abbandonare ogni cosa?»
Lei mi guardò e sorrise teneramente.
«L’uomo è innanzitutto un animale abitudinario attratto dalla sicurezza e dalla comodità di ciò che gli è familiare. Ma che succede quando è da lı̀ che proviene il pericolo? Quando le paure dalle quali stiamo disperatamente cercando di sfuggire ci sorprendono nel nostro habitat? Siamo tutti, e per causa nostra, la somma delle nostre paure. Per andare incontro al destino dobbiamo inevitabilmente affrontare queste paure e sconfiggerle. Poco importa se vengono da ciò che ci è familiare o dall’ignoto.
Sogniamo tutti una speranza. Sogniamo un cambiamento. La passione, l’amore, la morte.
E a un tratto accade, il sogno diventa realtà . In risposta ai desideri che ci pervadono, all’ansia di risolvere i grandi misteri della vita, la speranza si manifesta autonomamente, come il bagliore gigante di una nuova alba. Ci tormentiamo l’anima per dare un senso alla nostra esistenza. Per individuare un traguardo. E alla fine lo troviamo nascosto dentro di noi. Nella nostra comune esperienza dell’immaginare e della realtà . Nel semplice umano desiderio di trovare chi ci assomiglia per stabilire un legame. E di sentire nel profondo del cuore che non siamo soli.
Questo abbiamo fatto. Abbiamo deciso di fuggire da quello che ci stava consumando. Di scappare via, di osservare da qui l’orizzonte che avevamo di fronte, guardando l’umanità che cerca perennemente di distruggere sé stessa.
E da qui, lontani da ogni cosa, lontani dal rumore dei pensieri umani, abbiamo trovato quello che ci mancava. Ed il tempo si è fermato.
All’inizio pensavo di avere un vuoto dentro.
Quel vuoto è poi diventando spazio.
Certo, mi mancano gli abbracci della mia Terra, i colori del cielo, del grano, della pietra bollente, il caldo del sole di fronte al mare, la musica delle chitarre, la forza delle persone che combattono per rimanerci.
Ma ho deciso di riempire quello spazio con l’unica cosa che mi ha sempre accolta e morirò serenamente quando il tempo tornerà ad essere una costante».
Ascoltai tutto in silenzio, cercando una risposta in quella calma con cui Diana pronunciava le sue parole. Erano dovuti andare ai confini del mondo, se mondo potevamo chiamarlo, per riscoprire l’umanità.
Lı̀ dove non c’era niente, avevano trovato tutto. Lı̀ dove non c’era la vita, ne avevano creata una tutta loro.
Diana mi guardò senza dire nulla. Capimmo che era tempo di tornare, lasciando alle nostre spalle il buio dell’universo e la flebile fiamma che lo rischiarava

La prossima
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