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Appunti di vita

Argentina

Argentina · novembre 2019
Buenos Aires
Buenos Aires

Buenos Aires

Qualcuno l’ha definita la capitale di un impero mai esistito. Ha lo stile sofisticato delle capitali europee, ma con quel giusto tocco di decadenza che le permette di non avere la bellezza stucchevole di Parigi.
Buenos Aires è caotica, imprevedibile, crudele, contraddittoria. Ma sono proprio i suoi difetti a tenere in vita questa città. Nessuno può tirarsi fuori dalla propria storia, ma Buenos Aires è un virtuosismo incredibile che da solo vale il prezzo del biglietto.

Aeroparque Jorge Newbery

Ci siamo posti mete sud-realiste, e quindi è tempo di lasciare Buenos Aires e la frenesia che l’accompagna. La direzione è quella della croce del sud.
L’alba australe ci guida, mentre i venti del Pacifico ci spostano verso la terra del fuoco, un pezzo di mondo in cui l’unico suono che dicono riecheggi nel vento sia il richiamo delle balene.
Da lì, con gli occhi puntati verso i gelidi mari della fine del mondo, ci riempiremo l’anima della grandezza del cielo stellato e delle leggende di una terra alla fine di ogni cosa.

Lapataia, Tierra Del Fuego

Argentina

Al parco nazionale della terra del fuoco, alla fine della Ruta numero 3, abbiamo incontrato Alfredo Gustavo, un argentino originario del nord, spostatosi alla fine del mondo come tanti altri argentini, venezuelani, peruviani in cerca di lavoro.
Ci ha raccontato storie di balene incagliate, pronte ad essere sbranate dalle orche, ci ha indicato dighe fatte da castori, ci ha svelato le storie delle donne di Ushuaia e degli screzi con i cileni in corso da oltre mezzo secolo.
Tutto questo mentre ammiravamo i maestosi paesaggi della Bahia la Pataia, punto di raccolta delle acque provenienti dalle cime più occidentali del parco della terra del fuoco. Acque che creano lagune, laghi, rigoli, e ridanno vita insieme alla primavera ad una natura che profuma di licheni australi. Ogni cosa diventa l’indispensabile pezzo di un puzzle maestoso la cui bellezza si confonde solo con i luoghi immaginari che sognavamo da piccoli.

Ushuaia

Ushuaia
Ushuaia

Ushuaia è stato un avamposto per prigionieri confinati alla fine del mondo, ma anche un luogo capace di accogliere cercatori d’oro, fuggiaschi, coloni stremati nel tentativo di domare una terra selvaggia, vecchi lupi di mare perseguitati da maledizioni, capitani coraggiosi e sfortunati, marinai battuti dal vento, cinici gringos, mandriani, esuli senza più una patria, anarchici, ribelli e tutta la gente che il confine del mondo può attrarre, diventando simbolo ideale della basilare e infinita drammaticità delle passioni umane.
Oggi questo angolo meridionale delle Americhe è meta di turisti avventurieri che cercano un mondo estremo, ma anche di immigrati latino americani in cerca di fortuna e di un lavoro nelle raffinerie, nelle fabbriche di elettronica o negli affari marittimi della zona.
Per tutti è considerata la fine del mondo.
Per alcuni è l’inizio.
Perché le cose cambiano a seconda del punto di vista con cui le guardiamo.
Ma è giunto il tempo di lasciare la terra del fuoco. Il viaggio continua verso nord, lento e rassegnato, in pieno stile patagone, in direzione dello stretto di Magellano, del confine cileno e dei ghiacciai della Patagonia, inseguendo le orme lasciate dagli avventurieri sulla Ruta numero 3.

Ruta Al Fin Del Mundo, Stretto di Magellano

Ushuaia
Ushuaia

A Ushuaia l’alba arriva presto e quando alle sette di mattina prendiamo il nostro bus, il sole già illumina la Bahía. Il viaggio è lungo: 16 ore per fare 900 km attraversando due frontiere, lo stretto di Magellano e kilometri di strade sterrate.
Ci lasciamo alle spalle Ushuaia e le montagne attorno al grande lago Khami passando per Tolhuin, un piccolo grappolo di case sulla Ruta 3. Incontriamo di tanto in tanto qualche Pueblo al riparo degli alberi sempre più radi, segnale che inizia la nostra traversata solitaria nel nulla eccezionale di una natura infinita, spietata, grandiosa e apocalittica.
Due ore dopo, arrivati nel centro umile e popoloso di Rio Grande, il proprietario di un chiosco mi prepara con calma il caffè, intavolando una conversazione per scucirmi notizie dell’Europa e dell’Italia. Posti così remoti e affascinanti per lui che il mio fugace racconto diventa fonte di sospiri e grandi sorrisi pieni di immaginazione.
Quando gli dico che mi sto dirigendo verso El Calafate mi guarda soddisfatto dicendomi “è un posto toccato dalla mano di Dio....” un modo argentino per definire l’inspiegabile, l’esoterico, il soprannaturale “...come Maradona”, aggiunge dopo una breve pausa, come per ricordarmi quanto anche gli argentini abbiano contribuito in qualche modo alla nostra gloria.
I controlli doganali per il Cile sono lenti, come da prassi, e dopo aver continuato per 160 km su una lingua di asfalto nel bel mezzo dell’inquietante grandezza del nulla, arriviamo finalmente alla Bahía Azul, da cui ci imbarchiamo per Punta Delgada attraversando le fredde acque dello stretto di Magellano. Il pensiero va inevitabilmente ai folli esploratori italiani che si imbarcarono verso l’ignoto guidati dalle stelle, dal vento e da mappe che disegnavano un mondo i cui confini erano ancora tutti da delineare.
Lo stretto di Magellano, però, oggi è stato clemente. A bordo della nostra nave ci raccontano di giornate con venti a 120 km orari in cui le traversate diventano incubi.
Tornati sulla strada lo sguardo si perde nuovamente all’orizzonte, alla ricerca di un segno di vita che pare sempre meno presente. Attorno a noi il paesaggio diventa rude e impietoso e per centinaia di kilometri non c’è altro che una immensa area spoglia, punteggiata da una serie di minuscole città deluse dove vivono guardie di frontiera, mandriani e qualche vecchio che si ostina a combattere contro il vento.
Mentre il territorio argentino continentale si avvicina siamo già con 2 ore di ritardo, quando nella vastità della steppa brulla e monotona vediamo spuntare la dogana. Durante l’attesa per registrare il passaggio, gli agenti doganali decidono di far partire della musica e iniziare a cantare canzoni andine, mandando in bestia gli americani e facendo sorridere tutti gli altri latini presenti: un altro segnale inequivocabile di quanto a queste latitudini il tempo sia una variabile estremamente soggettiva e lo spirito una dote tipica della gente del sud.
Arriviamo a Rio Galleco senza neanche il tempo di prendere qualcosa per tappare lo stomaco che si cambia autobus. Sono le 21 e mancano ancora 4 ore per arrivare a destinazione.
Le distanze in Patagonia sono immense e impossibili da affrontare senza le migliori delle qualità patagoni: pazienza e fiducia.
Cose a cui noi occidentali non siamo più abituati.
Tutta questa attesa però è ripagata quando il sole decide che oggi il suo turno è finito e, scendendo, pennella il cielo di tutte le sfumature della meraviglia.

Parque Nacional Los Glaciares - El Calafate

Ushuaia
Ushuaia

Il lago Argentino è enorme, 6 volte la grandezza di Buenos Aires, ci dicono le guide.
I numeri di questo territorio sono di per sé incredibili: il parco nazionale dei ghiacciai è il più grande recipiente di ghiaccio dell’emisfero sud del mondo dopo l’antartico, con 12.500 km quadrati di ghiaccio perenne che attraversa Argentina e Cile.
Ma non é solo la sua grandezza a farci rimanere senza parole.
Ci imbarchiamo alla volta dei ghiacciai più famosi del Sud America, forse tra i più famosi al mondo e capiamo subito che anche per gli standard della Patagonia i paesaggi che incontriamo sembrano fuori misura: cime innevate, boschi che arrivano fino a toccare un’acqua azzurra come la bandiera Argentina, ruscelli di acque purissime che creano salti tra le rocce delle pendici in cui siamo avvolti. Presto ci troviamo a navigare tra iceberg di varie dimensioni fino a quando, con nostra totale incredulità, rimaniamo a bocca aperta di fronte al nostro primo incontro: il Glaciar Spegazzini, un muro di ghiaccio alto 40 metri e largo qualche centinaio che ci blocca la strada finendo in acqua di fronte a noi.
Il successivo lo vediamo solo da lontano, ma è il più grande di tutti: il Glaciar Viedma. Poi tocca al Glaciar Uppsala e infine al più famoso, il Perito Moreno.
Sopra di noi, tra le vette frastagliate della cordigliera delle Ande, gli enormi condor patagoni volteggiano sospinti dal vento, osservandoci come si fa con gli estranei.
La natura è uno splendido rifugio anche a terra, dove nelle foreste di lenga vivono i cervi delle Ande, gli huemul, purtroppo in via d’estinzione.
Ma è l’udito che viene sollecitato più di ogni altra cosa in mezzo a questo paradiso dei ghiacci.
I ghiacciai sono esseri viventi, e te ne rendi conto solo quando ti trovi al cospetto di pareti di ghiaccio alte 70 metri. Ci ricordano che sono vivi emettendo cupi e profondi suoni che indicano la loro avanzata o forse il loro dolore. Noi restiamo attoniti a guardare ed ascoltare come si fa con una specie in via d’estinzione.
É uno spettacolo che tocca dentro.
Lontano dai ghiacciai, una volta sbarcati tra i boschi per una escursione a terra, c’è un altro suono che mi colpisce. È il suono del silenzio, che qui ha una melodia unica.
Dietro quell’apparente assenza di suono c’è tutta la bellezza ancestrale di questo luogo magico e inarrivabile. Un silenzio che ci accompagna per tutto il viaggio e viene spezzato solo dalla commemorazione del centenario della morte dell’esploratore Perito Moreno, a cui il famoso ghiacciaio è intitolato. Una commemorazione che cade proprio oggi è che si svolge al cospetto del suo ghiacciaio cantando l’inno argentino. Un modo per ricordare un patriota che con la scienza strappò questo pezzo di paradiso al Cile.
Sarà stato il fato, il destino o una semplice coincidenza, ma proprio alla fine dell’inno il ghiacciaio ci risponde, facendoci assistere alla caduta di un enorme pezzo di ghiaccio dalla sua parete nord: ‘non solo sono esseri viventi, ma hanno anche memoria’, penso rimanendo attonito.
La Natura qui è grandiosa, spaventa e incanta. Di fronte a questo spettacolo, nel cuore delle Ande, ci metti poco a capire che alla fine è lei che vince sempre, anche se la si è frequentata tutta la vita.

El Chaltén

Ushuaia
Ushuaia

Belen ci accompagna per El Calafate raccontandoci la storia della sua città e della Patagonia.
Ci parla di guerre per la terra e per i salari minimi ai contadini, ci parla di promesse non mantenute, di contadini che imbracciano le armi e di soppressioni piene di sangue e fosse comuni.
In ogni epoca e ogni racconto, il numero di morti per diritti che noi abbiamo acquisito da tempo sale sempre. Ed è impressionante.
E non riesco a non fare un parallelismo con la storia dell’occupazione delle terre dalle mie parti. È il destino comune di chi chiede un pezzo di pane per sfamare la propria famiglia.
“È una terra di cui non importa a nessuno”, dicono quasi tutti quelli che incontriamo.
Belen mi racconta anche un’altra storia, quella della nascita del parco, quella non scritta sulle guide ufficiali.
El parque de los glaciares contiene la più grande riserva d’acqua dolce del mondo dopo l’Alaska. E questo spiega tutto.
La creazione del parco é un modo per preservarla, certo, ma anche un modo per toglierla ai cileni e tenerla in questo lato arido delle Ande.
Mi fa notare Belen che l’unico modo per attraversare le Ande da qui è scendere per centinaia di chilometri a Punta Arenas e risalire dall’altro lato. Non ci sono passaggi in Cile a questa altezza. Mi racconta anche dei labili confini che in questo punto e nello stretto di Magellano dividono le due nazioni.
Una divisione apparentemente profonda, ma solo, a suo dire, nella testa dei governanti di Buenos Aires o degli abitanti della capitale che la vita della Patagonia non l’hanno mai vissuta.
“Se vedi una macchina in difficoltà, qui ti fermi a dare aiuto e basta. Non ti chiedi quale sia la nazionalità di chi ci sta dentro”.
Impossibile non pensare a quella legge del mare nostro che spinge a salvare chiunque sia a mare prima ancora di chiedersi da dove venga e perché sia lì.
È una terra dura questa, una terra che ha scoperto il turismo solo di recente. Una terra in cui un aeroporto cambia la morfologia di una città, attraendo persone da tutto il mondo. Una terra di spazi sconfinanti e paesaggi che tolgono il fiato. Come quelli che abbiamo incontrato oggi a El Chaltén, un pueblo di 1200 anime al nord del parco, a qualche centinaio di km da tutto.
El Chaltén é un avamposto per un altro luogo intriso di pura sterminata bellezza selvaggia.
Per iniziare il nostro cammino bisogna attraversare il paesino fatto di piccole birrerie, ristoranti, ostelli e case in affitto. Chiaro segno che qui è il turismo che abilita la vita, anche se solo per 5 mesi l’anno, quanto basta per decidere di rimanerci.
Alla fine di una lunga strada asfaltata inizia il nostro cammino: 8km in totale arrampicandoci sulle pendici di un monte, all’ombra di mastodontiche pareti rocciose e cime innevate che cadono in picchiata su scivoli di roccia quasi verticale.
Attraversiamo boschi abitati da picchi giganti, cervi andini e puma, ma lo spettacolo che ci aspetta è immenso. La cima del Fitz Roy ci lascia senza fiato. 3405 metri di pareti rocciose che ci fanno sentire formiche.
Torniamo nel piccolo borgo e incontriamo Miriam, un’argentina che ha girato l’Italia e la Spagna lavorando in campi d’uva e pizzerie. Ha sentito che il Molise offre case a chiunque voglia ripopolare i suoi borghi e lei è disposta ad andarci, ma le informazioni fornite dalla regione sono vaghe e insufficienti a spingere brava gente a trovare una vita in zone d’Italia dove la vita sta scomparendo. Ci assicura che se le cose fossero più chiare, l’Appennino sarebbe preso d’assalto.
È gente che lavora questa, abituata ad altri ritmi, ad altre avversità, ma che da sempre subisce il fascino dell’Italia tramandato dai loro avi che vennero qui alla fine del mondo per lo stesso motivo: terra in cambio dell’assicurazione che le famiglie rimanessero a popolare questa parte di mondo.
Torniamo a El Calafate con le gambe a pezzi, ma pieni nello spirito.
È tempo di spostarci più a nord, nella terra dei sette laghi, attraversando altri 1300 km di steppa arida con le Ande sullo sfondo.

San Carlos de Bariloche

Bariloche
Bariloche

San Carlos de Bariloche é un posto strano. È una vecchia città fondata da svizzeri e tedeschi, da cui ha preso la fama per la cioccolata e lo stile architettonico, ma mantenendo un’anima profondamente Latina. Oggi meta per vacanzieri argentini in cerca di sport invernali grazie alle piste da sci che la circondano, ma anche oasi della natura con il suo parco dei 7 laghi.
Passeggiando in centro sembra di stare a Konstanz in Germania. La similitudine é ancora più marcata per via dei laghi che la circondano che qui, motivo per cui è famosa, sono tantissimi e bellissimi.
La chiamano la regione dei 7 laghi, appunto, perché tanti sono quelli creati dalle nevi che scendono a valle. Tutti interconnessi. Tutti circondati da boschi, valli, dirupi, cime innevate, lagune, vulcani dormienti e animali di ogni tipo che vivono allo stato brado.
Alla gita per visitarli tutti e sette ci accompagna José che, date le sue origini italiane, ci prende in simpatia e ci racconta qualcosa più del dovuto.
Ci racconta, anche se è cosa nota, di come le origini tedesche di Bariloche siano dovute anche ai nazisti in fuga dall’Europa. Non è un caso che qui Erich Priebke ci abbia vissuto 40 anni diventando anche il preside dell’istituto di lingua tedesca locale.
Quando gli faccio domande José è un fiume in piena. Ci racconta delle imprese straniere che hanno terreni in Argentina: una lista il cui primato va alla famiglia Benetton che a metà degli ‘80 comprò 1 milione di ettari nel centro del paese (si, non è un errore. Hanno 1 milione di ettari di terra). I “poveri” Swarovski, ad esempio, ne hanno solo 10.000 ettari.
Anche tra i ricchi, penso, c’è chi è più ricco di altri.
José ci ripete più volte quanto sia deluso dal Papa argentino, un pensiero abbastanza diffuso nel paese. Gli chiedo come mai e mi dice che molti hanno la sensazione che si sia dimenticato dell’Argentina.
“È andato in Cile e qua ancora non si è visto”.
Uno sgarro mica da poco da queste parti.
Il motivo pare sia dovuto al rapporto, a quanto pare per niente idilliaco, tra il presidente Macri e Francisco. Vecchie storie di quando Francisco non era ancora Papa.
Scende un po’ di acqua-neve mentre attraversiamo un piccolo villaggio che sembra la Cortina d’Argentina. Ville, case di legno ben tenute, alberghi, grosse barche, vetrine stracolme di dolci e torte di ogni genere, auto che si fermano quando attraversi. Un’altra Argentina: l’Argentina andina dei benestanti.
Mentre girovaghiamo tra i panorami suggestivi lungo i 200 km attorno al parco, José continua con un po’ di leggende del luogo, dalla casa che Hitler pare avesse qui, al mostro che vive nelle profondità del lago Nahuel Huapi. “In fondo, forse, sono parte della stessa storia” dice facendomi uno sguardo complice. Per rasserenarci poi ci racconta della casa di Disney in cui pare sia arrivata l’ispirazione per Bamby. Anche qui molte poche certezze se non quella che se una storia la ripeti a oltranza, per quanto inventata, prima o poi diventerà vera.
Inevitabilmente il discorso finisce su Perón e lui stesso mi spiega quanto sia controversa questa figura Argentina. Sostanzialmente un nazional socialista affascinato da Mussolini e Hitler che permise alla classe operaia di guadagnarsi un minimo di diritti, ma che nel frattempo metteva le basi per una dittatura fascista che però non vide mai un vero inizio.
Per quanto possa dividere la figura del presidente Perón, quella che unisce davvero tutti è Evita.
Un movimento politico complesso il Peronismo, di cui forse questo paese continuerà inevitabilmente a morire. Un anno fa 1€ equivaleva a 26 pesos, oggi a 67 e l’inflazione galoppa a livelli vertiginosi.
La gente è rassegnata e molti sognano di poter venire in Italia, anche perché questo paese è forse l’unico esempio riuscito di “colonia” italiana. E non c’è stato bisogno di mandare neanche un soldato, ma solo la nostra cultura, rafforzando la lingua e le tradizioni culinarie. Oggi grazie agli istituti italiani di cultura, a rapporti bilaterali proficui e costanti sul fronte del commercio e degli investimenti reciproci, i due paesi mantengono ottimi rapporti industriali, culturali e commerciali, il che fa dell’Argentina una sorta di colonia Italiana che rende orgogliosi i tanti italiani di seconda o terza generazione che vivono qui.
L’aria è fredda e i boschi rilasciano una nebbia rada e densa che li rende ancora più affascinanti. Guardo i 7 laghi interconnessi immaginandoli d’estate: un vero paradiso in terra dove andare a pesca, fare canoa, passeggiare per boschi e ammirare la natura in un altro strepitoso esempio della sua magnificenza.

Aeropuerto Internacional Teniente Luis Candelaria

A Bariloche finisce la Patagonia e dietro queste montagne iniziano le pampas, le grandi pianure fertili che prendono il nome dalla lingua quechua.
È tempo di salutare questa parte di mondo e spostarci al caldo, lasciandoci alle spalle il vento, il freddo e le storie dei generali nazisti venuti a nascondersi qui.

La Bombonera, La Boca, Buenos Aires

La Bombonera, La boca
La Bombonera, La boca

Io sto al calcio come Totti sta alle elegie duinesi di Rilke, ma aver lavorato in TV ha i suoi vantaggi e grazie agli amici di Turner recuperiamo i biglietti per la tribuna a “La Bombonera” di Buenos Aires per assistere ad un match che più che una partita di calcio è un tuffo al cuore di questo paese: va in scena Boca Juniors - Argentinos junior, partita valida per la conquista della vetta della classifica.
Il “Boca” è la squadra fondata da immigrati italiani a Buenos Aires, tra cui i due conterranei Juan e Teodoro Farenga, originari di Muro Lucano.
La storia racconta che i lucani e i genovesi che la fondarono, indecisi sui colori da dare alla maglia, trovarono un accordo decidendo di andare al porto e aspettare la prima nave che passasse: i colori della sua bandiera sarebbero stati quelli del Boca Juniors.
La prima nave che passò issava bandiera svedese, e così cominciò la storia di una delle squadre più amate e vittoriose della storia del calcio mondiale.
Se pensate che gli italiani siano fanatici di questo sport, credetemi, dovreste fare un’esperienza in questo santuario del calcio per capire che al confronto il nostro “tifare” assomiglia al vagito di un neonato all’oktoberfest.
Un’esperienza che vale la pena fare anche per chi, come me, da ragazzo seguiva Michael Jordan e non Van Basten.
Mo odiatemi pure.

Colonia del Sacramento, Uruguay

Colonia del Sacramento, Uruguay
Colonia del Sacramento, Uruguay

Continuano a venirmi in mente le immagini di ieri mentre attraversavo La Boca.
Le facce dei ragazzi e delle ragazze che la abitano, le case approssimative, decadenti, senza intonaco, illuminate con i neon. Le sedie per strada dove intavolare discussioni infinite su tutto e su niente. I negozi improvvisati nei garage semi illuminati, le case colorate, i murales di Maradona e del Papa, i bambini che giocano a pallone nella calle. La consapevolezza che in un barrio come quello c’è solo una certezza: il calcio. Che su Dio, guardandosi attorno, si hanno ancora molti dubbi.
Con questo quadro pittoresco e decadente, ma pieno di miseria e vita, stamattina arriviamo agli imbarchi per l’Uruguay: direzione Colonia del Sacramento.
Nuova dogana, nuova frontiera, nuovi controlli, nuova moneta, nuovo cambio, nuova inflazione: una cosa a cui in Europa non facciamo più caso, che diamo per scontato, ma che mettiamo a repentaglio ogni volta che permettiamo al vento del sovranismo di soffiare.
Si può essere orgogliosi della propria nazione senza necessariamente essere sovranisti. Ma vallo a spiegare a quelli che non hanno mai messo il naso fuori dal recinto delle loro certezze.
Curioso dirlo dal Sud America e da Colonia, una magnifica città per decenni contesa da portoghesi e spagnoli che, per la cronaca, vinsero la disputa.
Qui a Colonia regna la quiete, il caldo, le magnifiche piante in fiore, la calma domenicale di un luogo turistico su un fiume che sembra un mare e la voglia di rimanere qui ancora a lungo per godersi l’estate australe.

Buoenos Aires

Di questo viaggio mi rimarranno impresse le storie di James, statunitense vedovo da un anno, che da solo a Ushuaia stava per imbarcarsi per l’Antartide alla scoperta di un mondo proibitivo e forse anche di sé stesso.
Porterò a casa la malinconia di Belén, che a El Calafate ci é nata e cresciuta, e che oggi vive di turismo raccontando le storie di coloni e dittatori, di sangue, omicidi di massa e lotte di contadini per un pezzo di pane.
La devozione e lo spirito accogliente di Jose, il falegname di El Calafate che nonostante i problemi di udito è stato gentile e premuroso, tipico di chi ascolta la gente più col cuore che con le orecchie.
Porterò a casa l’energia delle due ragazze svizzere che abbiamo incrociato lungo il loro viaggio di 5 mesi per il Sud America, armate solo di uno zaino e della passione per la scoperta.
Porterò a casa l’ironia di Jose, la guida che a Bariloche ci ha portato a scoprire i sette laghi parlandoci di politica, di immigrati, degli argentini e mostrando il suo orgoglio per la figlia che ha studiato nell’istituto italiano per imparare la lingua dei suoi antenati, a cui spera un giorno di farla ricongiungere tornando nella madre patria.
Porterò a casa lo spirito e la loquacità di Miriam, a El Chaltén, intenzionata a tornare in Italia, ma non del tutto convinta di farlo in Molise, dove gli è giunta voce che vendono case a 1€.
Mi rimarrà impressa la reazione dei tifosi del Boca quando, a gol subito, non hanno urlato, insultato o protestato, ma tutti e 49.000 hanno iniziato a cantare immediatamente un inno di supporto per la loro squadra, infondendo coraggio e forza nei cuori battaglieri dei loro idoli.
Mi rimarrà nella memoria il tassista di Buenos Aires che avendoci sentito parlare italiano ha subito attaccato bottone mostrandoci la sua passione per Nanni Moretti, di cui conosceva tutta la filmografia e le battute più famose tradotte in spagnolo.
Mi rimarrà impressa la gentilezza di una perfetta sconosciuta che solo perché amica di un amica si è messa a disposizione tutta la sera recuperandoci gli abbonamenti per lo stadio e portandoci dentro la Bombonera. Lei, va detto per capire l’importanza del suo gesto, tifa River Plate.
Porterò a casa le decine di cognomi italiani che abbiamo incrociato e le tante volte in cui ci è stato detto con un misto di speranza e malinconia che un nonno o un padre era emigrato qui dal nostro paese.
Porterò con me per sempre la struggente magnificenza dei ghiacciai e la sconfinata bellezza del cielo australe, dei parchi, dei boschi e dei fiumi che abbiamo attraversato a bocca aperta, riempiendoci gli occhi dei colori e dei paesaggi infiniti della fine del mondo.
Porterò a casa il tepore della primavera Argentina, il profumo romantico di fiori e delle piante esotiche nelle strade di Buenos Aires, la passionale bellezza delle ragazze argentine, il caos cittadino tipico delle grandi metropoli del Sud America, la voglia di emancipazione di questo popolo e la rassegnazione con cui parlano della corruzione e dell’economia, ma porterò a casa anche la sua creatività, la sua passione, il tango e la capacità di fare arte con niente.
Lascerò invece a Buenos Aires un pezzo di cuore.
Per capire Buenos Aires Buenos Aires bisogna mettere insieme una splendida metropoli con una cucina gourmet, negozi strepitosi e un’inebriante vita notturna infusa in una primavera che sa di gelsomino e del colore acceso dei fiori delle jacarande.
Ed eccola Buenos Aires, un cocktail di architettura parigina, traffico romano e movida madrilena condito con un tocco di spirito tipicamente latinoamericano. Un luogo ideale per uno come me che non riesce a rinunciare all’energia delle grandi città, ma che è spinto in avanti dallo spirito malinconico, resiliente e passionale del Sud.
Questo viaggio è stato una scoperta. Ogni volta che siamo riusciti ad aprire una scatola, abbiamo scoperto che dentro ce n’era un’altra, ben chiusa, pronta a mostrarsi in tutta la sua bellezza.
E forse ha ragione Baricco quando in un suo vecchio pezzo su Repubblica scriveva che “se Dio esiste, sta nel millimetro di vuoto che c'è tra le scarpe luccicanti dei ballerini di tango, quando si sfiorano”.
Lì in mezzo, in quell’attimo in movimento, c’è tutto lo spirito di una terra e una storia che a raccontarla ci vorrebbe Omero.
Se questa é stata un’avventura incredibile, quella che mi aspetta a casa è molto più grande e impegnativa, ma ho gli occhi pieni della bellezza del mondo e della gente che ho incontrato, e ho la voglia e l’energia di tornare e mettermi al lavoro.
Ancora un paio di settimane e tutto sarà pronto.
Si torna a casa.
Adelante.

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