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Appunti di vita

Andalusia

Spagna · ottobre 2025
Cordoba
Cordoba

La Mezquita di Córdoba è un miracolo che non appartenne mai a un solo padrone. La presero i cristiani, poi gli arabi, poi di nuovo i cristiani. E ogni volta qualcuno ci mise dentro un pezzo della propria anima: un arco, un cortile, una navata. Oggi è una cattedrale, sì, ma a guardarla davvero sembra piuttosto un labirinto di civiltà che hanno imparato, loro malgrado, a convivere nello stesso respiro di pietra. È questo che ti stordisce: quella mescolanza di stili che non si annullano ma si moltiplicano, come se la bellezza fosse sempre figlia di un incontro e mai di una solitudine.

Córdoba stessa, attorno alla Mezquita, è fatta di un intruglio di vicoli che sembrano labirinti senza uscita, e di case bianche che nascondono patii segreti, incredibili. Entrarci è come scoprire stanze di un sogno, una bellezza celata dietro muri umili. E in quel nascondersi ti viene da pensare ai riad di Marrakesh: cortili interni che custodiscono il fresco come un tesoro, e che insegnano, con la loro intimità silenziosa, che la vera ricchezza non è mai in mostra, ma si cela sempre un poco.
Eppure, quella ricchezza non fu mai indolore: la città fu presa e ripresa, in un alternarsi di battaglie, assedi, sangue. Ma il suo massimo splendore lo toccò tra il 912 e il 961, quando i tre popoli, musulmani, ebrei e cristiani, almeno in apparenza, si concessero il lusso della convivenza. Ognuno offrendo all’altro la propria cultura, senza sapere che stava edificando, in realtà, la leggenda di un mondo migliore.
Forse la lezione di Córdoba, quantomai attuale, è tutta qui: che le culture, quando si intrecciano, generano ricchezza. Che dalla contaminazione nasce la bellezza. Che il contrario della guerra non è la vittoria, ma la pace che si fa architettura, città, respiro quotidiano. E che quella pace ha sempre il colore dello splendore.

Sono seduto su un aereo che ancora non decolla. Madrid resta di fronte a me come un mosaico in dissolvenza, e Milano è solo una parola stampata sulla carta d’imbarco. Ho ancora qualche minuto prima di spegnere il telefono e lo spendo scivolando tra le pagine dei giornali europei. Li scorro come se fossero specchi di un continente, e mi accorgo che non tutti riflettono la stessa immagine.
I quotidiani del Nord parlano ossessivamente del vertice danese. I nostri, invece, quelli spagnoli, italiani, greci, hanno le mani affondate nel Mediterraneo, raccontano la Global Sumud Flotilla, ne seguono il viaggio, sentono già l’avvicinarsi delle navi israeliane.
Capisco allora che in quella differenza di priorità c’è già un intero atlante sentimentale. Noi, popoli mediterranei, non siamo divisi dal mare ma uniti dal suo respiro. Lo stesso mare che da anni conta cadaveri che salgono verso nord, come una processione muta che non trova mai altare. Solo che, questa volta, la direzione dell’aiuto si è capovolta: dal nord al sud. Aiuti che arrivano dalle terre che alzano muri, ai lager di cemento, alle nostre coste che aprono ancora una ferita di civiltà.
La Flotilla non è solo un convoglio: è l’ultimo gesto di civismo che ci è rimasto. È una protesta fragile, eppure immensa, contro quello che sta accadendo a Gaza. È la mano tesa verso un popolo musulmano che, a ben guardare, è molto più dentro di noi di quanto la nostra memoria non voglia ammettere. Perché basta viaggiare in Andalusia come ho fatto io in questi giorni, o nel sud Italia o in Grecia per scoprire che quella civiltà, che crediamo lontana, è invece la stessa che ci ha insegnato parole, architetture, cibi, canzoni. È parte di noi come un nervo nascosto che non smette di pulsare.

Eppure, il paradosso resta. Nelle nostre città del Sud celebriamo ancora la cacciata degli arabi. Le feste popolari portano il segno di quella vittoria, le teste di moro sorridono dalle ceramiche siciliane come reliquie di una minaccia passata, la bandiera sarda porta i quattro mori come trofei araldici. Tutto un teatro di memorie impiccate al passato. E intanto, oggi, corriamo a soccorrerli.
È il gioco spietato dei corsi e ricorsi della storia. Non cambia mai la ruota, si limita a girare. A volte sei tu l’invaso, altre sei l’invasore. Poi, basta un respiro, e le parti si invertono di nuovo.
Ma il mare resta lì, indifferente e antico, a ricordarci che, nel fondo, siamo sempre stati la stessa civiltà, soltanto in attesa di riconoscersi.

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