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Appunti di vita

Il vento di Gaza

metaponto · settembre 2025
spiaggia di Metaponto (Mt)
spiaggia di Metaponto (Mt)

Sabato sera camminavo sulla spiaggia di Metaponto, dove un tempo Pitagora insegnava agli uomini a contare le stelle.
Davanti a me il mare era una lastra scura, e nell’aria pareva sospesa un’attesa senza nome. Poi, d’improvviso, arriva lo scirocco.
Mi colpisce in faccia distratto, come fanno certi vecchi amici che ti abbracciano troppo in fretta, quasi con pudore. Si scusa, balbettando una fretta che non sapeva spiegare, dicendo che doveva correre verso nord, nord-ovest, come un profugo del cielo che non ha patria e non ha confini.

«Perché corri così?» gli domandai, trattenendolo un istante con lo sguardo.
Lui girava in cerchio, inquieto, come chi non può fermarsi perché il movimento è la sua condanna. Allora decise di sussurrarmi la sua confessione.

Mi raccontò di urla strappate alle gole, di polvere sollevata da crolli di quelle che un tempo erano case, di lacrime che aveva dovuto asciugare e portare via. Disse che aveva trasportato il suono delle sirene perché tutti le sentissero.
Dall'alto aveva visto anime che correvano, inseguite dai sibili delle bombe come bambini dal temporale.
Gli chiesi se fosse tutto vero, se il dolore che ci arriva fosse autentico.
«È vero,» mi disse. «Ma dimmi tu: cos’è la verità? E cos’è la giustizia?»
Aveva paura. Lo capii dalla sua voce. Mi disse che era scappato più veloce che poteva, e che era arrivato fin lì perché i venti che l’avevano preceduto gli avevano insegnato quella strada.

Provai una strana tenerezza per lui, come per un animale ferito che non sai se curare o lasciare andare.
Gli dissi che una volta avevo letto che in guerra non esistono i coraggiosi: esistono solo uomini che camminano a braccetto con la paura. Lui era riuscito a fuggire. Il coraggio vero invece appartiene a chi resta, a chi sopravvive con certe scene cucite negli occhi.
Alla fine gli chiesi dove volesse andare.«A occidente», disse. «Ho sentito che lì c’è la salvezza», mi rispose.
Scossi la testa.
«No», risposi. «Qui non ci sono bombe, è vero. Ma c’è il fuoco che le accende altrove. C’è odio, c’è meschinità. Non abbiamo sirene, è vero, ma ci stiamo abituando al silenzio, e questo forse è peggio.»
Il vento smise di girare. Si fermò un istante davanti a me, come fanno solo le cose che non hanno occhi ma sanno guardare lo stesso.
«Ho capito», disse piano.
E riprese il suo viaggio, risalendo il fiume, lasciandomi sulla spiaggia con la sensazione che quella sera non fossi stato io a interrogarlo, ma che fosse lui, il vento di scirocco, ad aver strappato la mia confessione.

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