Ci vogliono far credere che abbiamo il futuro alle spalle, ma la risposta per andare avanti è proprio dove non te l'aspetti.
Lo scorso week-end l'ho passato nel cuore dei uno dei triangoli più sorvegliati di Bruxelles: quello tra Louise, Porte de Namur e Place Flagey, una parte del quartiere di Ixelles, proprio accanto al quartiere europeo.
È inutile negare che la situazione ha creato tensione ed è evidente che i segni di questa tensione si notano tutti.
La cronaca di questi giorni la conoscete. Inutile ripeterla. Inutile entrare in descrizioni e racconti già sviscerati. Inutile raccontarvi delle guardie armate, dei blindati, dei negozi, delle metro e delle scuole chiuse. Inutile mostrarvi immagini già spiattellate ovunque. Inutile anche girarci attorno: la situazione a Bruxelles è quella che viene raccontata. Il quartiere europeo è blindato e il centro praticamente chiuso. Le conferenze e gli altri eventi sono annullati. I cinema ancora parzialmente chiusi e le scuole hanno riaperto oggi, ma con controlli agli ingressi.
In questi giorni Bruxelles viene descritta da più parti come "il santuario del terrorismo islamico europeo", "il covo del terrore" o "la culla del fondamentalismo europeo".
Bruxelles è anche il luogo in cui hanno sede le principali istituzioni europee, odiate da taluni tanto quanto gli estremisti che in questi giorni stanno tenendo sotto scacco il paese.
Potete immaginare la reputazione che si sta guadagnando questa città da parte di chi non la conosce.
Ma Bruxelles non è solo questo.
Bruxelles è soprattutto la sua gente: diversa, ma coesa, surreale come la corrente artistica che ispirò uno dei Belgi più noti della storia dell'arte. Con una popolazione capace di autoderidersi e di sdrammatizzare con un senso dell'umorismo tipicamente belga. Come è stato fatto deridendosi con foto di gattini sui social network: un modo per tenere unita una società spaventata, a cui le informazioni sull'evoluzione delle indagini non vengono tutt'ora fornite con chiarezza. Una bella reazione capace di essere proposta da cittadini intelligenti, forse più intelligenti di chi sopra di loro ne coordina la governance.
In questi giorni bastava uscire un po' dal centro per accorgersi che no, la situazione non era normale, ma c'era voglia di stare insieme, di uscire, di rivendicare il proprio diritto alla felicità, ma anche di dimostrare che Bruxelles non è solo burocrati o terrorismo.
È piuttosto la patria della convivenza civile, linguistica e culturale. Più di Londra o New York. Grigia a volte, ma piena di verde e spazi pubblici presi d'assalto, come il parco di Forest che lunedì, nonostante il freddo e la brina che lo ricopriva, ospitava diverse persone intente a portare a passeggio il cane o a giocare a palla con i propri figli rimasti a casa per via delle scuole chiuse.
Una vita di quartiere intensa, come quella che si vive nel nostro sud, dove hai un rapporto di conoscenza e fiducia reciproca con il barbiere, il macellaio o l'edicolante. Assurda a suo modo perché fatta di mille contrasti, ma capace di donare fiducia alla gente, non di toglierla. Che si nutre di umanità, rimanendo umana nei confronti di tutti. Creativa come pochi altri posti in Europa, festaiola, affascinata e affascinante.
È questo che vorrei che passasse oltre a quello che sta arrivando. È questo che vorrei raccontare da Italiano che vive qui. Una persona che in questi giorni sta uscendo insieme a tanta altra gente lì dove la vita sembra scorrere più normale, come nella caffetteria in cui ho abbozzato questo articolo, dove lunedì sono andato a prendere un caffè con i miei compagni di corso Glenn (UK), I (Cina), Gaby (Ungheria) e i suoi due figli di 3 e 5 anni. Tutti iscritti alla stessa scuola di francese chiusa come le altre per qualche giorno.
Perché le verità assolute non esistono e, se qualcuno è pronto a rinunciare ad un pezzo di libertà per sconfiggere il terrorismo, in pochi qui sono disposti a rinunciare ad un pezzo di umanità per salvaguardare una diversità che è parte del codice genetico di questa nazione, facendone un luogo unico e bellissimo come pochi altri al mondo.
Se abbiamo paura? Certo che si, ma è importante che la narrazione dei fatti acquisisca anche altri punti di vista e che si comprenda che la forza di questo paese, come dell'Europa intera, è proprio nella sua incredibile diversità.
Milan Kundera ha definito l'Europa con un'immagine brillante ricalcata dal modello delle piccole nazioni mitteleuropee: "il massimo di diversità nel minimo dello spazio". In questi giorni stiamo assistendo all'inversione di questa equazione. Alla descrizione di una concezione di Europa che somiglia piuttosto a quella della ricerca del minimo di diversità nel massimo dello spazio.
È impossibile non vedere quanto questa diversità sia fondamentale. È impossibile guardare al futuro senza fiducia, senza aprirci, senza capire l'altro, senza accogliere. Perché l'Europa di per sé è un incredibile esperimento di convivenza e pace tra nazioni. E noi per primi abbiamo dimostrato a noi stessi che stando uniti e aprendo le nostre frontiere siamo stati in grado di trovare la pace.
La sera di Domenica 22, quando tutto attorno a me era chiuso, mi sono ritrovato in uno dei pochi locali aperti di Ixelles a prendere qualcosa che scaldasse via questo improvviso inverno arrivato gelido come i mitra dei militari di pattuglia. Ero all'Amour Fou, quando ad un certo punto mi sono fermato un attimo a riflettere. E sorridevo pensando che non poteva essere altrimenti. Che la soluzione che tutti stavamo e stiamo cercando era proprio lì. Non potevo che trovarmi in un posto con quel nome, in quel momento, in quel luogo, forse per uno strano caso del destino.
Qualcuno ci vuole far credere che il nostro futuro sia alle spalle. Che alla mia generazione non è solo stato vietato il presente, ma sarà vietato anche il futuro.
Eppure non abbiamo alternative. Non possiamo fare a meno di guardare in avanti e di camminare per la nostra strada. Perché nelle situazioni in cui sei con le spalle al muro e ti viene chiesto di soccombere alla paura, all'odio, al disprezzo, al giudizio o alla violenza, quando sei nella situazione in cui l'unica cosa che vuoi fare è fuggire, scappare in luoghi lontani o più sicuri, in luoghi che conosci bene, è proprio allora che la cosa più spiazzante e inaspettata che si possa fare è trovare la forza di riempirsi dell'unico antidoto che abbiamo: l'amore. Un amore folle, talmente folle da farci capire che non siamo arrivati su questa terra per odiare, ma per stare insieme. Per nutrirci di diversità, come quella di cui si nutre il paese in cui vivo, un paese in cui non mi sento straniero. In cui nessuno lo è ed in cui tutti lo sono. In cui la follia ha un'altra accezione. In cui non c'è pretesa di prevaricazione. In cui ci si sente cittadini del mondo. Un mondo che non è solo il nosto. Un mondo che può e deve essere alla portata di tutti.
Per fare questo, l'unico antidoto che abbiamo è l'amore. Un amore un po' folle. Un amore che ci faccia lasciare le armi a casa. Che ci faccia stringere le mani. Che ci faccia costruire il nostro futuro insieme.
Qualunque cosa questo significhi.