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Appunti di vita

Misurare l'intangibile

Matera · ottobre 2015
Misurare l'intangibile

La lezione di Bauman a Matera

Sarà il dialogo a salvare il mondo.
Un'arte rara, in via d'estinzione, che presuppone l'accettazione del fatto che si può sbagliare e non sempre avere ragione o la possibilità di essere sconfitti dal pensiero altrui. Un dialogo che per essere tale deve avvenire tra persone con opinioni divergenti, che non temono il confronto tra posizioni discordanti, ma cercano nella diversità il raggiungimento della convivenza civile.

L'arte del dialogo per resistere agli effetti devastanti della globalizzazione e per sconfiggere la paura della diversità: è questa la lezione che Zygmunt Bauman lascia a Matera ad una platea gremita di giovani e meno giovani venuti ad ascoltare le sue parole piene di gravità. È appena passata Pasqua e in poche giornate Matera ha ospitato incontri di rilievo: da quello con gli esperti di comunicazione di otto Capitali europee della Cultura a quello che vede Bauman al centro di una conversazione con le nuove generazioni. Generazioni che lui dice non invidiare proprio perché hanno davanti a sé una sfida enorme, difficilissima: quella di forzare il matrimonio tra la politica e il potere, oggi separati in casa. Un divorzio, racconta Bauman, ansiogeno e portatore di timori, paure e sensazioni di impotenza che accomunano i cittadini del mondo sempre più soggetti a forze politiche estremiste, con rigurgiti xenofobi, che si nutrono di narrative identitarie fortemente territorializzate e intrise di localismi.

La separazione tra politica e potere, racconta Bauman, avviene di pari passo con la globalizzazione dei pericoli legati a forze come mafie, mercati finanziari, cambiamenti climatici: "condividiamo sempre più le paure, ma non le soluzioni a questi rischi". La politica, tradizionale depositaria della gestione del bene comune, diventa sempre più incapace di fare da garante dei diritti sociali acquisiti nel tempo e tutelare i cittadini generando proposte che possano per lo meno controbilanciare quelli che sono diventati pericoli sentiti a livello globale. I suoi confini, legati fino a cinquant'anni fa a quelli degli Stati-Nazione entro i quali operavano, diventano sempre più un ostacolo nell'elaborazione di soluzioni a problemi globali quali precarietà e disoccupazione, dipendenza delle risorse energetiche fossili, sfruttamento e tratta di esseri umani, cambiamenti climatici e terrorismi.
Di contro però emergono gruppi e reti di cittadini che cercano di trovare soluzioni attraverso la collaborazione senza riuscire a scalare e ad avere un reale impatto sui pericoli legati a poteri transnazionali, liquidi, intangibili.
Con gli Stati nazione in crisi e il divorzio tra potere e politica, cosa rimane oggi all'Europa?

Una moderna diaspora che si nutre di diversità.

La progressiva separazione tra potere e politica, in un contesto di globalizzazione dei pericoli, impatta direttamente sul progetto di un'Unione Europea fatta di Stati-Nazione: la sovranità nazionale diventa oggi una finzione, ci dice Bauman. Il principio di non ingerenza negli affari interni degli Stati membri da parte dell'Unione Europea va superato, aggiungiamo noi. Il concetto stesso di Stato-Nazione si è svuotato di senso pratico, apparentemente utile soltanto come narrativa per alimentare movimenti anti-europeisti, localistici e xenofobi emergenti in tutti i Paesi europei. Un'Europa delle regioni capace di superare gli Stati-Nazione diventa un progetto sempre più urgente, fondato sulla pratica di cittadinanza europea che già accomuna la maggioranza degli individui che vive e transita in quest'area del mondo.
Zygmunt Bauman lancia una considerazione apparentemente scontata, ma piena di significato: l'Europa ha un passato da colonizzatrice del mondo. Il mondo però non è mai riuscito a conquistare l'Europa, lasciandole il ruolo di centro culturale universale capace di generare e attrarre menti brillanti in ogni disciplina.
Questa idea di Europa come centro culturale, economico e militare, dice Bauman, sta terminando. Altre parti del mondo stanno già dimostrando il loro peso economico, politico e militare in ambito globale, lasciando al vecchio continente un ruolo marginale. Se la politica continua a retrocedere all'interno dei confini nazionali, ambendo a collaborazioni per lo più transnazionali, altre forze stanno mostrando la loro capacità di esprimere un potere a livello globale.

In questo contesto vive e cresce una moderna diaspora fatta di cittadini fortemente interconnessi tra loro, ma allo stesso tempo indipendenti. Con l'apertura delle frontiere, l'abbattimento dei costi dei trasporti e il miglioramento delle reti di comunicazione, emerge una cittadinanza europea pratica, pragmatica, che assimila la diversità culturale come si fa con il cibo. Mangiamo perché l'organismo si nutra, perché è una necessità. Una volta ingerito, quel cibo diventa parte di noi. Si trasforma in cellule, tessuto, energia vitale.

Sono 8 milioni i migranti intra-europei che si spostano per questioni legate allo studio, al lavoro, alla famiglia o all'amore. Sono oltre 3 milioni i ragazzi che hanno beneficiato del programma Erasmus da quando è stato lanciato nel 1987.
In un area geografica grande quasi la metà di quella statunitense, ci vive una popolazione che è quasi il doppio. 457 milioni di cittadini che vivono in 27 paesi diversi che vanno dal più grande (la Germania) con 82,5 milioni residenti, al più piccolo (Malta) con i suoi 417.546 cittadini. Aree territoriali di varia superficie, dove convivono persone che parlano oltre 20 lingue ufficiali e centinaia di dialetti. La diversità culturale è insita nel DNA degli abitanti d'Europa. È una pratica quotidiana per molti aspetti inconsapevole che va rafforzata spingendo nel senso di un'appartenenza a una collettività sovranazionale formalizzata.

Su questo processo di costruzione di un senso di appartenenza ad una cittadinanza collettiva, l'Europa istituzionale ha una enorme responsabilità. Ad oggi però, appunto, stiamo inevitabilmente vivendo la pesante conseguenza del divorzio tra potere e politica: trova dunque difficoltà a concretizzarsi quella cittadinanza Europea che potrebbe far crescere la nostra capacità di risolvere collettivamente problemi globali.

Diventare Capitale facendo pratica di cittadinanza.

Le parole di Bauman acquisiscono un peso particolare proprio perché pronunciate a Matera, di recente nominata Capitale Europea della Cultura (CEdC) nel 2019. Una nomina il cui significato va ancora assimilato dagli abitanti stessi e che non deve mai far dimenticare il progetto culturale per cui Matera ha vinto: una nomina dovuta ad una proposta improntata sull'idea di cittadinanza culturale e non su un calendario di eventi preconfezionati, importati dall'esterno. Il panel di selezione europeo si è fatto convincere da un programma che nel 2019 sarà il risultato di progetti di lungo periodo che vedono i cittadini al centro delle pratiche di co-creazione e co-progettazione grazie all'affiancamento di artisti e creativi.

Può la manifestazione CEdC contribuire all'arte del dialogo e al rafforzamento di una cittadinanza europea che non è più basata su identità nazionali, ma sul sentimento di appartenenza a una collettività sovranazionale che fa della diversità culturale la propria ricchezza?

Noi crediamo di si. Crediamo che proprio in questa sfida Matera 2019 abbia un ruolo fondamentale. Perché si è candidata e offerta come palcoscenico per quei gruppi e quelle reti di persone che vogliono sperimentare pratiche di cittadinanza alternative e che cercano nuovi modi di convivenza nel quotidiano, senza fare particolari riferimenti ideologici, andando oltre la pericolosa separazione tra il "noi" e il "voi", tra "materani" ed "esterni", tra "esperti" e "cittadini". L'invito fatto da Bauman ai giovani europei acquisisce una valenza particolare proprio perché avviene nella città che ha vinto per il suo progetto di cittadinanza culturale. Forzare il matrimonio tra politica e potere stimolando e provocando l'arte del dialogo acquisisce un senso ancora più grave e urgente, ma per certi versi più vicino, perché proprio Matera è responsabile della realizzazione di un sogno che non appartiene più soltanto delle persone che hanno partecipato al percorso, ma appartiene a tutti i cittadini europei.

Più viene distrutto quel patrimonio collettivo guadagnato con l'investimento personale dei cittadini sostenitori di Matera 2019, più viene attaccato quel bene comune europeo incoronato con la nomina a ECoC, più disperdiamo un'opportunità unica di utilizzare la manifestazione ECoC per fare quello per cui la città di Matera è stata scelta: diventare Capitale offrendo un luogo di incontro, approdo e accoglienza a persone desiderose di sperimentare pratiche di cittadinanza alternative per rispondere ai problemi globali. Matera come palcoscenico di una cittadinanza europea che condivide i rischi, ma anche i sogni di cambiamento, che rigetta le ideologie e rinasce dalla pratica dalla sperimentazione.

Matera fa parte della storia. Non solo e non più di sé stessa, ma anche di quelle sessanta città che dal 1985 sono state nominate Capitali Europee della Cultura.

Quest'anno la manifestazione CEdC compie trent'anni. La storia stessa delle CEdC riflette l'evoluzione dei progetti di città in virtù delle trasformazioni economiche e politiche d'Europa. Il fatto stesso che dalle grandi capitali degli inizi oggi siano nominate CEdC delle piccole città resilienti dei margini, lascia intendere che è proprio lì che risiede la chiave della pianificazione delle "idee di culture del futuro". Dalle principali città europee come Atene (1985), Firenze (1986), Amsterdam (1987), Berlino (1988) e Parigi (1989), si è passati ai progetti di città che hanno usato la pianificazione culturale come linee guida per la rigenerazione urbana trasformando la città nella sua vocazione originaria, da industriale a culturale, come ad esempio accaduto a Genova (2004) e Liverpool (2008).

Oggi stiamo vivendo una terza fase in cui non si mette più tanto l'accento sull'hardware, ma sul software, ovvero non più su infrastrutture e contenitori culturali, ma su contenuti e competenze. In questo senso Matera propone un approccio che disegna guide e orientamenti futuri. È un approccio che mette da parte i gesti eclatanti, un approccio da "città anti-olimpica". Matera ha vinto con un programma fatto di intangibilità, che lascia da parte i grandi eventi e le passerelle luminose. È un concetto difficile da far passare, soprattuto a chi è abituato a pensare ad un'idea di cultura che esiste solo se esposta nei musei, nei cinema e nei teatri, luoghi fondamentali e necessari, ma non più unici riferimenti nel panorama artistico e culturale odierno. Matera vince appunto sull'idea di cittadinanza produttrice di una cultura basata sull'apertura, sul confronto, sull'intangibilità e sull'esperienzialità.

La cultura come pratica quotidiana.

Nonostante la manifestazione CEdC sia quella che in ambito culturale europeo assorbe in assoluto più finanziamenti pubblici e privati messi insieme (ricordiamo i budget complessivi di Liverpool e Marsiglia, rispettivamente di 54,7 e 91 milioni di euro) e che ha spinto decine di città a competere per il titolo (per il 2016 in Spagna erano 16, mentre in Italia al primo round erano 21), il marchio CEdC ha difficoltà a decollare e ad imporsi nel settore culturale come vetrina per artisti emergenti e pratiche creative avanguardiste. Continua a esserci una ovvia diversità con altre manifestazioni paragonabili come le Biennali, per esempio. Basti osservare quanto scarso sia l'interesse dei curatori o direttori artistici di queste ultime rispetto a ciò che viene proposto a livello artistico dai programmi delle CEdC. I funzionari della Commissione europea che si occupano del programma sono sempre più consapevoli che sono state generate professionalità che rimangono spesso all'interno della sfera delle CEdC e che continuano ad offrire la loro expertise alle città candidate e vincitrici, presenti e future. Questo rischia di diventare un problema a lungo termine per quel che riguarda il carattere innovativo dell'offerta culturale delle singole città candidate.

Anche in questo Matera è stata dirompente: la squadra di persone che ha elaborato il programma culturale si è composta di materani e non, con pochi esperti provenienti direttamente dalla sfera delle CEdC. Si è riusciti a far lavorare fianco a fianco curatori con esperienza su scala mondiale e manager di consolidata esperienza nazionale con persone locali e non, pienamente consapevoli dell'importanza di mischiare l'esperienza della "materanità" con tematiche condivise anche in altri territori d'Europa.

Per questo pensiamo che il progetto di Matera 2019 abbia un ruolo fondamentale nel rafforzamento del brand CEdC in Europa, aiutando a ridurre lo scostamento del suo posizionamento nel panorama delle manifestazioni artistiche e culturali a livello mondiale. E tutto questo proprio per quel programma vincitore che, nelle parole stesse del Panel di selezione, viene giudicato "ambizioso e dunque rischioso".

Il valore dell'arte prodotta dalla cittadinanza culturale attraverso l'esperienza di Matera 2019 non è né monetizzabile né commercializzabile. È basato sulla dimensione esperenziale della produzione culturale, sulla opportunità di praticare la diversità nel quotidiano, oltre le lingue, l'educazione, le passioni e le diverse discipline. La semantica di Bauman è quella che ancora una volta esprime l'idea migliore di questa diversità: "cultura liquida", la definiamo noi, come elemento di forza da cui è possibile trarre un assunto finale legato all'idea che l'Unione Europea dovrebbe rafforzare il posizionamento delle CEdC come palcoscenico per sperimentare pratiche di cittadinanza europea basate sulla "cultura delle diversità". Una "cittadinanza liquida" che deve nutrirsi di "cultura liquida".

Una proposta per la legacy: misurare l'intangibile.

Sfruttare la manifestazione CEdC come strumento di trasformazione urbana delle città è oramai una pratica consolidata. Sono diversi gli indicatori che hanno permesso di misurare l'impatto di questo programma sui flussi turistici, sul ritorno dell'investimento, sulla riqualificazione di quartieri e infrastrutture. Con lo spostamento dell'attenzione dall'hardware al software mutano anche i requisiti per la valutazione e il monitoraggio delle CEdC. Matera 2019 si pone l'obiettivo di diventare palcoscenico per sperimentare pratica di cittadinanza europea basata sulla diversità culturale: ma come si misura l'esperienza e l'intangibile"?

Quali indicatori usare per misurare gli effetti intangibili prodotti dalle CEdC? Non sono presi in considerazione, ad esempio, il numero di coppie nate grazie al percorso di Capitale Europea della Cultura, oppure le persone che hanno deciso di trasferirsi in quella città grazie alle scoperte fatte durante l'esperienza di candidatura, oppure quanti bambini siano nati in virtù di una maggiore percezione di stabilità, senso di prospettiva o semplicemente grazie a una maggiore felicità. È altresì difficile misurare le amicizie generate o le idee imprenditoriali nate proprio da queste amicizie. Così come è complesso misurare la variazione di umore, felicità o fiducia di un territorio in un periodo medio-lungo.

Eppure sono tutti processi che già solo dalla shortlist in poi hanno generato sul territorio lucano ed in particolare materano, una grande oscillazione: la nomina ha generato un aumento della felicità e dell'ottimismo tangibile. Questo ha delle conseguenze importanti, ma fino a che punto misurabili? Possiamo tracciare, grazie ai dati dell'APT per esempio, quanti turisti in più ha accolto Matera, ma come facciamo a misurare gli scambi umani avvenuti durante il soggiorno di queste persone?

Analizzare l'esperienza delle CEdC legata agli effetti intangibili della cultura può essere la chiave per ispirare altre città all'utilizzo di questa manifestazione come occasione per favorire e stimolare pratiche di cittadinanza europea, allargando i confini culturali, offrendo occasioni di scambio, rompendo gli schemi consolidati che impediscono il dialogo tra cittadini e amministrazioni, tra generazioni, tra discipline, tra quartieri.

Ma come si misura l'intangibile?

Per quanto, da Turku 2011 in poi, i parametri di valutazione stiano ricongiungendo sempre più l'approccio quantitativo a quello qualitativo, rimaniamo nell'ambito delle indagini fatte attraverso dottorati, centri di ricerca, programmi universitari e gruppi di studio su campioni piccoli di popolazione attraverso un approccio di analisi classico.

Forse un modo per misurare l'intangibile c'è, ed è sotto gli occhi di tutti: si chiama Facebook.
Il più grande social network del mondo oggi è in grado di misurare tutto questo fornendo una fotografia molto chiara, dettagliata ed estremamente funzionale sia in termini quantitativi che qualitativi.
Già oggi Facebook conserva dati relativi a centinaia di parametri che girano attorno ai suoi utenti (oltre un miliardo e quattrocento milioni nel primo trimestre 2015), ai luoghi, alle cose (aziende, eventi, ecc…) e alle decine di varietà che una relazione tra questi nodi può assumere.
Facebook crea e rappresenta il suo grafo costruendo e definendo valori attorno a tre elementi fondamentali:

- nodes (in pratica le "cose" come ad esempio un utente, una foto, una pagina, un commento)
- edges (le connessioni tra queste "cose", come la foto di una pagina o il commento ad una foto)
- fields (informazioni su quelle "cose", come ad esempio il compleanno di un utente, o il nome di una pagina).

Questi tre gruppi di elementi si relazionano tra di loro e all'interno di ognuno vengono generati decine di parametri che definiscono nel dettaglio ogni singolo elemento distintivo o azione: la modifica di uno status sentimentale, il mood di uno specifico post, il trasferimento da una città ad un'altra o, ad esempio, l'inizio di un nuovo lavoro. Si riescono quindi a definire con molta precisione anche le tipologie di relazione tra questi elementi, così come si riesce ad analizzare nel tempo la variazione di uno di questi fattori in uno specifico luogo.

Più di ogni altro strumento, Facebook oggi ha la possibilità di definire una dimensione misurabile dell'intangibile.

Facebook è di gran lunga il social network più utilizzato al mondo. Con oltre 1,393 miliardi di utenti attivi mensili domina la classifica dei social più utilizzati in 128 dei 137 paesi analizzati tramite Alexa. Conta 449 milioni di utenti in Asia (+39 milioni da agosto a dicembre 2014), 301 milioni in Europa, 208 milioni in USA & Canada, 436 milioni nel resto del mondo (+74 milioni da agosto a dicembre 2014). In Italia, il totale degli utenti Facebook è di 26 milioni, con una penetrazione sul totale della popolazione del 42,4 per cento.
Rispetto a questi numeri, i dati dei survey come quelli di Eurobarometro, che nei migliori dei casi raggiunge circa 30.000 cittadini dei 28 Stati membri dell'Unione europea, diventano numeri davvero irrisori in termini quantitativi, ma anche impossibili da paragonare in termini qualitativi o di profondità di analisi.
Dall'umore alle relazioni affettive, agli spostamenti fisici di persone in un determinato luogo, alle attività svolte, alle amicizie create in relazione a specifici eventi a cui qualcuno ha partecipato, con Facebook è possibile scendere in un dettaglio socio-culturale impossibile anche solo da pensare fino a qualche anno fa, e lo si può fare con un analisi quantitativa e qualitativa estremamente precisa sia sul "tangibile" che sull' "intangibile".
Facebook è oggi l'unico strumento in grado di fornire queste informazioni e di offrire un quadro aggregato che dia l'idea di come evolve un territorio nel corso del tempo sotto diversi punti di vista.
Oggi facebook sta già utilizzando questi dati per predire quello che scriveremo o come sarà il nostro umore o, addirittura, quali coppie si formeranno. Il dott. Jon Kleinberg della Cornell University (Ithaca, New York), ad esempio, ne sta studiando da tempo gli effetti producendo diverse pubblicazioni.

La recente vittoria di Matera 2019, e il percorso che la città ha di fronte, potrebbe essere il giusto terreno per un'analisi e un monitoraggio del sentiment di una capitale europea, riuscendo a fornire, nel prossimo quinquennio, spunti interessanti sui quali la Commissione stessa può già lavorare dando un volto nuovo e dettagliato a tutte le eredità immateriali lasciate da un programma culutrale come quello delle ECoC che non ha altra ambizione se non quella di unire popoli e generare una cultura europea che vada oltre i confini e le politiche nazionali.

Un'analisi dell'intangibile e degli effetti della cultura per capire meglio come essa stessa possa aiutare e agevolare la creazione di quella "cittàdinanza liquida" che le istituzioni Europee stanno disperatamente cercando di creare da tempo. Un'analisi però che parte dal baso, dai dati che la gente spontaneamente decide di lasciare sui social network. Un'analisi che possa raccontare e misurare la felicità, l'amicizia, i contatti professionali e tutta quella l'intangibilità che fino ad oggi era estremamente difficile da monitorare e che oggi, grazie ancora una volta a processi di analisi e coinvolgimento partecipato, è possibile rendere tangibile e concreto.

Di Ilaria d'Auria e Giovanni Calia

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