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Appunti di vita

Lasciatemi navigare, ma sotto un cielo stellato.

Matera · ottobre 2018
Photo by Larm Rmah on Unsplash
Photo by Larm Rmah on Unsplash

Il 30 Ottobre del 2011 al Jose Fabella Memorial Hospital di Manila, poco prima di mezzanotte, è nata Danica Camacho, l'abitante della terra numero 7.000.000.000.

Danica, una bellissima bimba di 2,5 Kg, diventò un simbolo per tutto il pianeta perché incarnava quella popolazione mondiale giovanissima che oggi definisce il profilo della maggior parte degli esseri umani sulla terra.

Oggi Danica compie 7 anni e la tecnologia, la Rete, i processi connettivi che la uniscono agli altri esseri umani sono parte di lei. Sono intimi e personali. Sono ovvi, scontati e ormai imprescindibili. Fanno così parte di lei e di noi che abbiamo tutti difficoltà a tracciare il confine tra la nostra identità fisica e quella digitale.

Mentre nasceva Danica alcuni di noi si stavano chiedendo cosa stessimo lasciando a lei e a quei miliardi di giovani che oggi popolano la terra. Cercavamo di raccontare un'idea di mondo capace di poter definire chi fossimo e cosa loro avrebbero potuto imparare dal passato.

Sapevamo però che bisognava essere prudenti, perché quello che avremmo deciso di lasciare avrebbe modificato per sempre il futuro che gli sarebbe toccato vivere.

Avevamo anche capito che la tecnologia che utilizzavamo cambiava dimensione e forma troppo velocemente, che questo processo non si sarebbe fermato, e che sarebbe stato un enorme azzardo investire così in anticipo in tecnologie che non avrebbero avuto effetti duraturi. Per questo abbiamo sviluppato tecnologie che potessero metterci in contatto tra di noi in modi impensabili. A velocità incredibili. Costantemente. In un modo che avrebbe cambiato la natura stessa dei nostri rapporti sociali, diventando un problema, oltre che un'opportunità.

Non ci è voluto molto per capire che correndo le nostre vite alla velocità del Web ci saremmo presto dimenticati che i nostri cuori hanno battiti più lenti. Che aumentare la realtà, ci avrebbe svuotati dentro. Che nell'indotta ed inconsapevole spinta per concentrarci su noi stessi entrando con tutto il nostro corpo dentro lo schermo, avremmo finito per decentrarci da noi stessi, per lasciare fuori quelli che stanno fisicamente attorno a noi.

Vivendo quel presente e immaginando questo futuro, avevamo quindi compreso la più incredibile delle verità: che la sfida più grande non riguardava la tecnologia e non correva sul Web, ma scorreva nelle nostre vene, nei nostri respiri, nella flebile sensazione di essere connessi con qualcuno quando la si guarda negli occhi o le si sfiora le dita.

La sfida più grande che ci aspetta quindi non è tecnologica, ma è quella di riportare le persone a riscoprire la propria umanità. A far in modo che non si diventi come Charlie Chaplin in Tempi Moderni; abitanti di un mondo in cui l'uomo finisce per diventare l'estensione della macchina con cui lavorava.

Avevamo quindi assunto un punto di vista nuovo. Un punto di vista in cui, nonostante l'affermarsi della bio-tecnologia, della psico-tecnologia e delle emozioni globali veicolate attraverso i bit, ci ponevamo una sfida più grande: quella di continuare a garantire all'uomo l'umanità che lo rende tale.

È con questa consapevolezza che abbiamo provato a fare dei passi indietro, indirizzando un nuovo modo di approcciarci alla rete perché sapevamo che quella intangibilità, per quanto risultasse reale, avrebbe ucciso le esperienze individuali e collettive che ci preparavamo a vivere. Non sarà facile, certo, ma ne avvertiamo la necessità ogni giorno di più.

Danica non potrà imparare ad ascoltare l'anima delle persone e dei luoghi se, come un moderno Pinocchio, non affronterà lontano da uno schermo le sfide che le permetteranno di riappropriarsi della sua umanità, di riporre lo sguardo sulle cose giuste, quelle che contano, quelle belle e quelle brutte.

Perché quando hai accesso a tutto, il nostro sguardo è limitato. Se puoi vedere tutto il mondo insieme, allora il mondo non lo si vede più. Rimane solo la confusione. È la condizione di bulimia delle immagini che viviamo questa. Quella che ci sta facendo diventare immuni alla bellezza, immuni alle cose che contano davvero, immune anche ai sentimenti che spingono gli essere umani ad essere tali. E questo provoca quel sentimento di smarrimento ed insicurezza di cui siamo pervasi.

Ma oggi ho visto una cosa. Questo.

Un gesto criticabile sotto certi punti di vista, certo, ma c'è qualcosa d'altro lì dentro. Soprattutto una domanda:

«perché in un mondo iper connesso, dove chiunque può entrare in relazione con ogni singolo essere umano sulla terra, in cui i modi che abbiamo per comunicare sono infiniti e potenti, c'è qualcuno che sente l'esigenza di scrivere un messaggio del genere sul mondo reale?»

Forse perché ci manca qualcosa. Forse perché qualcuno avverte la necessità di ridare il giusto peso alle cose che si pronunciano e al come si pronunciano. Perché le parole sono importanti e pesano come macigni se pronunciate in alcuni modi e in alcuni contesti. Perché se quel messaggio lo scrivo su whatsapp o su Facebook, fra pochi istanti sparirà insieme a tutto il resto. Lì no. Assume la forza che chi lo ha scritto voleva dargli. E così arriva.

Lo trovo un chiaro segnale del fatto che abbiamo bisogno di ridare il giusto peso alle cose, renderle stabili, tangibili, visibili. E soprattutto costruirle in modo che non finiscano nell'inconsistente marasma di parole vuote che lanciamo in giro ogni istante.

Ed è per questo che nel giorno del suo compleanno, a Danica e a tutti quelli che come lei si apprestano ad abitare appieno questo mondo, auguro quindi sì di navigare, ma sotto un cielo stellato. Di fermarsi a godere i tramonti nel silenzio, lasciando da parte il rumore di sottofondo prodotto dalla rete. Di riappropriarsi della bellezza. E di non dover aspettare che qualcuno gli spieghi cos'è. Di toccare con mano le cose. Di riadattare il battito del loro cuore a quello che avevano nel preciso momento in cui sono nati. Perché è lì che si cela il vero ed unico ritmo della la vita di noi esseri umani.

La prossima
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