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Appunti di vita

Israele

Tel Aviv · agosto 2022
Tel Aviv
Tel Aviv

Tel Aviv

Arrivati a Tel Aviv al tramonto, nel pezzo di strada che unisce l’aeroporto al centro della città, colpisce subito lo skyline. Grattacieli e tante gru invase da una fitta nebbia che solo dopo poco capiamo essere umidità. Un’umidità che qui raggiunge il 70% di media con giornate di 35 gradi.
Un caldo che ad Agosto diventa estenuante.
Nonostante questo la curiosità è tanta e quindi iniziamo il giro a Tel Aviv dalla sua parte più vecchia: Jaffa, famosa per quello che dicono essere il porto più antico del mondo. Fondata dal figlio di Noè, qui pare sia stata incatenata la donna più bella del mondo, Andromeda, perché sua madre, Cassiopea, aveva osato sfidare gli Dei dicendo che sua figlia era la più bella delle Nereidi. Per salvare la città dalla furia di Poseidone, da cui le altre Nereidi andarono a lamentarsi dell’oltraggio ricevuto, Andromeda fu costretta dal padre alle catene su una roccia di fronte al mare in attesa che un mostro marino la mangiasse.
E questo fin quando Perseo non la liberò e uccise il mostro.
I due si sposarono ed ebbero 6 figli che poi ne combinarono di ogni. D’altronde con una famiglia cosi, non poteva essere altrimenti.
Lasciamo i miti greci alle spalle e ci rivolgiamo verso il mercatino delle pulci di una ancora sonnecchiante Jaffa.
Nelle strette viuzze del mercato, siamo circondati da oggetti di ogni tipo.
Rigattieri, venditori di stoffe, negozi di lampadari antichi o presunti tali, oggettistica sacra accanto a velluti e a tappeti.
Si sente odore di incenso e ferraglia che esce dalle piccole botteghe semi illuminate dei mercanti e riesce a scatenarmi il ricordo delle mercerie costipate di stoffe fino al soffitto e delle cantine deposito che scendevano nella terra. Luoghi in cui capitavo di tanto in tanto con i miei genitori da piccolo, in qualche paesino attorno Matera.
Da una Jaffa che dorme ancora ci spostiamo verso il Sarona Market, un posto che abbandoniamo subito lasciandolo agli hipster locali che lo popolano.
Tutto attorno però, Tel Aviv cresce. La città è un immenso cantiere che spinge perché la città più cara del mondo diventi sempre più attraente.
Ci dirigiamo verso il Carmel Market e questa volta non rimaniamo delusi: è un tuffo tra le strette viuzze piene di bancarelle di ogni tipo.
Un tripudio di urla, colori, profumi e prodotti di ogni tipo.
Vestiti e accessori nella prima parte, fino alla zona delle spezie, della frutta, verdura e del cibo di strada: un invito irresistibile a mangiare qui. Fossimo venuti poco prima avremmo goduto del cibo scelto e cucinato al momento in una delle macellerie o pescherie nei vicoli attorno.
Il Caramel Market è un tuffo nel cuore pulsante di una città viva e proiettata al futuro che non vuole perdere la sua anima più tradizionalmente mediorientale.
Tel Aviv, infatti, deriva dall’unione di due parole: Tel che significa “vecchio” e Aviv “nuovo”. Una convivenza perfetta. Un destino segnato già da chi quel nome lo aveva immaginato.
Dopo una incredibile cena israeliana piena di ogni prelibatezza che meriterebbe un racconto a sé, incontriamo Ellen, una mia ex collega belga che si è trasferita qui a dicembre per amore. Ci racconta della vita di tutti i giorni. Da expat, chiaramente. Una vita molto diversa da quella dagli ebrei del posto, soprattutto quelli più religiosi. Ma anche molto diversa da quella in Europa. Ci racconta della paura per l’attentato a cui ha assistito non molto tempo fa, ma anche della tranquillità che le dà lo scudo di protezione anti missili a difesa della città: “uno dei migliori del pianeta” dice forzando un sorriso.
Le tensioni sono a sud, a Gaza e nella zona est di Gerusalemme. Noi non abbiamo mai avuto l’impressione di essere in un’area piena di tensioni. La polizia è ovunque anche se non c’è. I poliziotti coi mitra e le migliaia di telecamere sono solo ciò che fa più impressione, ma a pensarci bene quello è il meno. In realtà tutti gli israeliani, sia uomini che donne, fanno rispettivamente 3 e 2 anni di militare e quindi sanno perfettamente come comportarsi in qualunque occasione. Questo fa di loro un enorme esercito dormiente, pronto ad ogni evenienza.
La città è vivace, giovane, piena di locali e bar che si animano a tarda sera, quando il sole molla la sua morsa. È mezzanotte, meglio non fare troppo tardi. Domani alle 6 bisogna alzarsi per raggiungere Gerusalemme.

Gerusalemme

Tel Aviv
Tel Aviv

Finché non indaghi, pensi che Tel Aviv sia la città più grande dello stato di Israele. In un autobus alle 7 di mattina ci viene spiegato che non è così, nonostante i grattacieli e la movida ricordino New York o Barcellona.
Tel Aviv conta solo mezzo milione di abitanti che, insieme a quelli delle città della cintura, diventano circa due milioni.
C’è ne accorgiamo quando usciti dalla città prendiamo l’autostrada verso Gerusalemme. Il traffico mattutino per chi va a lavoro in città è forse peggiore di quello che si trova a Bruxelles che, per capirci, fa impallidire quello romano.
Gerusalemme è grande il doppio, quasi un milione di abitanti a cui si aggiungono le città attorno, ma in un contesto geografico molto diverso.
È a 754 metri sul livello del mare e le montagne che la circondano bloccano i venti del mediterraneo, facendo sì che dietro di esse si apra immediatamente il deserto.
Arriviamo sul Monte Scopus e ci troviamo di fronte ad un paesaggio incredibile. Dietro di noi il deserto della Giudea, da dove la vista si estende lontano, fino alle colline del Moab.
Davanti a noi, a sinistra, il giardino del Getsemani sul monte degli ulivi. A destra, incastonato tra le case, le torri e i luoghi di culto che si incrociano nella parte nuova della città, si distinguono chiaramente le mura della città vecchia, il Santo Sepolcro, il Monte del Tempio e tutti i luoghi che siamo abituati ad immaginare leggendo i vangeli, per chi lo fa.
Tutti quei luoghi che ho sempre immaginato lontani tra loro, immensi per distanze e popolazione, sono ora davanti ai miei occhi. Tutto, tutto quello che ho letto e ascoltato fino ad oggi si restringe immediatamente. Viene tutto circoscritto ad un area minuscola: quella della Gerusalemme antica.
I racconti delle grandi città come quella di Re David, di cui vediamo le antiche mura, scopriamo essere molto enfatizzati dalla narrativa biblica. Quello di David, ad esempio, era una “regno” di 1.500 persone. Cifra che forse all’epoca significava qualcosa, ma che oggi fa decisamente sorridere alla luce della narrazione che ne viene fatta.
Eppure la vecchia Gerusalemme ha visto passare ogni tipo di conquistatore. Ognuno ha costruito sopra i lasciti della popolazione che l’abitava prima, spessso distruggendo tutto e ricostruendo. Ognuno ha lasciato un segno che qui, evidentemente, non si limita alla sola architettura.
La città è divisa in quattro aree: armena, musulmana, cristiana ed ebraica.
Quattro zone, quattro modi di vedere il mondo, quattro modi di pregare diversi, quattro lingue diverse, quattro approcci alla vita diversi. E tutti dentro delle mura larghe e lunghe circa un km.
Una storia millenaria che ha scatenato guerre, milioni di morti, che ad oggi vede miliardi di fedeli in ogni angolo del pianeta, che ha cambiato la cultura moderna per sempre. Tutto questo è qui, in 1 km quadrato.
Entriamo dalla porta di Sion attraversando le vecchie mura nella zona armena e ci imbattiamo nei lasciti di Erode. Fortificazioni sopra fortificazioni, con chiari segni dei diversi modi di concepire la milizia di chi era chiamato a proteggere la città.
Passiamo davanti alla scuola Luterana, nel caso non ci fossero abbastanza credi da diffondere, e attraversiamo il quartiere ebraico che fu completamente ricostruito negli anni ‘60.
Attraversiamo parte dei vicoli del commercio della zona Musulmana dove troviamo interi negozi, empori, colorifici, ferramenta, sarti, panifici, pasticcerie e tutto quello che può venire in mente, in locali spesso non più grandi di 10/20 mq.
Sono i vicoli che portano alla Basilica del Santo Sepolcro, forse il luogo più importante della Cristianità.
Ci ritroviamo di fronte al muro su cui Gesù fu fustigato, immediatamente prima dell’ingresso della Basilica. Dentro, a destra c’è il golgota, di fronte a noi il luogo in cui venne adagiato, una volta deposto dalla croce, lavato, cosparso di olio e avvolto nella sindone.
A sinistra, poco più avanti, la cappella della sepolura e resurrezione.
Ovunque ci sono persone chianate a pregare, a toccare o baciare i luoghi in cui il corpo di Cristo è stato posato, almeno stando alla tradizione e a quello che ci dicono. L’interno del Santo Sepolcro, una tomba di 3/4 mq è inaccessibile vista la fila e i tempi stretti. Anche la basilica è divisa in aree e nel suo retro, nella zona egiziana, c’è una piccola basilica dove, infilandosi dentro una piccola apertura, ci si trova praticamente a 5 cm da dove presumibilmente fu adagiata la testa di Cristo, per cui anche qui c’è la fila per chinarsi e pregare.
L’atmosfera è surreale e sicuramente suggestiva ma, dato il luogo, non può che essere così.
Dopo aver esplorato il tempio che è decisamente grande, percorriamo al contrario alcune delle stazioni più importanti della via crucis, la via dolorosa. Tra i venditori di gioielli, oggetti sacri, coca cola, falegnami e panettieri, incrociamo pellegrini che rifanno il percorso della passione portando una croce in spalla, tenendo al seguito donne che cantano le lodi al signore tra i vicoli, in mezzo a turisti entusiasti e commercianti apatici.
Arrivando da Matera, la più importante controfigura al mondo dell’antica Gerusalemme, provo ad immaginare come doveva essere quel groviglio di vicoli 2.000 anni fa e capisco perché proprio Matera la rappresenti cosi bene. Così come è inevitabile non pensare al perché Pasolini, Mel Gibson e tutti gli altri registi che si sono susseguiti abbiano scelto una strada specifica dell’antica Matera per rappresentare la via Dolorosa di Gerusalemme. La morfologia e la somiglianza architettonica è palese, così come sono evidenti le somiglianze sui territori circostanti, la pietra utilizzata per costruire le case, i sedimenti di calcarenite, gli alberi e gli arbusti: in alcuni momenti sento che molto di quello che ho attorno mi è familiare.
Ci ributtiamo nei vicoli, tra panettieri ambulanti, negozi di spezie e venditori di souvenir per finire ai controlli prima di arrivare al muro occidentale del Sacro Tempio. Ci controllano le borse, ma passiamo velocemente.
Siamo fortunati, se così vogliamo dire, perché capitiamo nel pieno dei festeggiamenti del Bar Mitzvah, in cui i ragazzi diventano adulti e la loro autorità religiosa passa dalla famiglia alla comunità, acquisendo i diritti e doveri che sono concessi ai rispettosi ragazzi ebrei. È una festa ebraica che molti decidono di festeggiare in questo luogo sacro con un rito tutto particolare.
Mi avvio verso il muro del pianto, che di fatto non è altro che un muro di cinta, ma che gli ebrei pensano sia il più sacro luogo disponibile sulla faccia della Terra.
Da settimane in tutta Gerusalemme ci sono tensioni. Qualche giorno fa c’è stato un attentato ad un autobus con dentro alcuni turisti americani. La scorsa settimana un estremista ha sparato alcuni colpi in aria in prossimità del muro.
La città è sorvegliata, ma non è totalmente sicura, quindi il nostro giro al suo interno è limitato agli itinerari più battuti dai turisti proprio perché più frequentati dalla polizia. Meglio non avventurarsi da soli da queste parti, quindi dopo il muro del pianto ci riportano sull’autobus: direzione Betlemme e territori palestinesi.
Ma questa è un’altra storia.

Betlemme

Betlemme
Betlemme

Aveva 22 anni Alessandro il Macedone quando, col suo esercito di cinquantamila soldati, sbarcò in Asia minore e disse: “Questa terra è mia per diritto. E comunque non è il caso di aprire un dibattito perché tanto me la prenderò con la forza”. Fine.
Una storia raccontata ancora prima che accadesse.
Alessandro partì con la stessa storia del padre, Filippo il macedone. Filippo era un macedone, non era un greco. La sua gente aveva altre tradizioni, ma lui parlava a nome della Grecia.
Il piano era questo: “Noi andremo là, ci prenderemo l’Impero persiano e lo faremo perché è una vendetta, una vendetta per quando i persiani sono arrivati e si sono presi i nostri templi. Ci prenderemo quella terra per rivendicare l’onore dei Greci.”
Addosso ad Alessandro e addosso ai suoi soldati c’era questa narrazione; e doveva esserci perché stavano facendo una cosa folle.
L’Impero persiano era enorme: il re Dario era in grado di mettere insieme un esercito di centocinquantamila soldati. Tre volte quelli di Alessandro. Cosa aveva spinto allora l’esercito di Alessandro a fare una cosa così insensata?
Alessandro aveva un sogno e per realizzarlo doveva poggiarlo su una storia che tutti conoscessero. E da quelle parti, all’epoca, la gente conosceva due storie.
La prima storia era quella vera: i persiani che arrivano e distruggono tutto. E poi c’era la storia fatta di leggende, di immaginazione, di sogno, di mito, ovvero la storia di Achille, di Patroclo, la storia di Troia: l’Iliade.
Lui, Alessandro, le prese tutte e due con sé.
La prima gliela insegnò il padre.
La seconda divenne una sua ossessione fin da quando Aristotele, il suo precettore, gli fece conoscere l’Iliade: un libro stracolmo di battaglie, guerre, conquiste, miti e uomini valorosi. Quella era la storia con cui era cresciuto. Lì dentro conobbe Achille che era l’incarnazione della guerra, del coraggio e della forza. E Alessandro si giocò tutti i primi gesti di questa impresa su questa immagine.
Il sogno di Alessandro Magno era quello di conquistare l’Impero persiano. E ci riuscì.
Ci riuscì grazie alle sua capacità di guerriero e stratega, ma lo fece anche grazie al suo modo di comunicare, al suo modo trasmettere con i propri discorsi e i propri gesti, riuscendo ad andare ben oltre il bisogno di motivare e coinvolgere i soldati.
Alessandro il grande ha conquistato un impero immenso, sconfiggendo popoli molto più grandi del suo grazie tanto ai fatti, quanto allo storytelling che permeava ogni sua azione e che aveva un unico fine: realizzare il suo sogno.
Tra Gerusalemme e Betlemme ci sono poco meno di 9 km.
In mezzo c’è un muro.
Tutti quelli che vivono da una parte o dall’altra del muro hanno di fronte a sé 2 cose.
Da una parte i fatti: l’odio, il muro, le bombe, gli attentati, i missili, i feriti, i morti.
Dall’altra parte hanno lo storytelling, e cioè tutto quello che cerca di giustificare i fatti e che spinge la popolazione di una parte o dell’altra a continuare questa follia.
Passiamo il varco facilmente e quello che ci aspetta subito dopo sono le opere di uno capace di giocare in maniera straordinaria con lo storytelling: Banksy.
Tutti i murales più famosi e replicati dell’artista sono qui, di fronte a noi. Su un pezzo di muro a ridosso del confine così che chiunque, passando in entrata o in uscita, possa vederli e, forse, farsi delle domande.
La nostra guida è israeliana e, per quanto ci tenga a sottolineare la sua volontà di pace, il suo racconto è enfatizzato, come quello di tutte le guide, ma anche leggermente manomesso, reso più aerodinamico per poter colpire meglio chi lo ascolta, oleato con uno storytelling non sempre attinente ai fatti.
Poco dopo sale una guida palestinese, cattolica, con cui collaborano. I due ridono e scherzano, ma quando rimaniamo soli con lei, anche lei fa la stessa operazione. Prende i fatti e li accarezza, li curva leggermente, li rende più accattivanti, pronti a essere presentati con un punto di vista più affine a quello di un palestinese cattolico.
Entrambi però, è evidente, non amano molto i musulmani. E la prima guida ce lo fa notare in maniera sottile uscendo da Gerusalemme: “Guardate i tetti delle case. Se vedete delle cisterne per l’acqua bianca, quelle allora sono cisterne da 150 lt. Vuol dire che lì abitano degli ebrei.
Se vedete invece delle cisterne nere, allora sono da 500 lt. Vuol dire che lí abitano dei musulmani. E siccome i musulmani fanno più figli, allora hanno bisogno di più acqua.”
A Betlemme entriamo in un castello costruito a protezione della basilica dove si trova la natività. Al suo interno, come in tutti i luoghi santi, c’è tuttora una suddivisione minuziosa fra religiosi ortodossi, cattolici e armeni.
Sotto il punto in cui queste aree convergono, c’è una grotta a cui si accede con scalini stretti e consumati dai milioni di pellegrini che li hanno percorsi.
Dentro la grotta, sotto una sorta di altare, sul pavimento, c’è una stella di argento.
Lì, dicono, è venuto al mondo Gesù.
A poco meno di due metri c’è la mangiatoia in cui il bambino fu deposto. In entrambi i casi, anche qui, molti pellegrini si inginocchiano, toccano il pavimento, si inchinano, pregano velocemente.
Perché una stella? Perché fu una stella ad indicare ai Magi quel luogo: fatti e storytelling.
Sotto la parte cattolica, la chiesa intitolata a Santa Caterina, c’è il luogo dove San Gerolamo si è rinchiuso per anni a tradurre la Bibbia: la più grande, longeva, maestosa, incredibile opera di realtà mai creata nella storia dell’uomo.
E cos’è la realtà?
È ciò che viene fuori quando unisci i fatti e lo storytelling.
La realtà vive e si nutre di entrambe le cose e per ognuno di noi la realtà è diversa perché diverso è il racconto dei fatti che riceviamo.
Ma tutto questo svanisce quando ripassiamo al check point per tornare in Israele: i militari palestinesi ci fermano e decidono di controllarci.
Ci sentiamo dire di mostrare i passaporti. Una ragazza diciottenne in divisa e con un mitra in braccio si affaccia nell’autobus e ci rivolge uno sguardo severo.
Poi, come se niente fosse, da dietro si sente qualcuno chiedere: “possiamo farti una foto”?
Lei, imbarazzata, inizia a ridere mostrando l’apparecchio ai denti e le unghie lunghe e smaltate mentre si mette in posa con l’arma.
In fondo è solo una ragazza di diciotto anni e forse la sua realtà, le sue unghie smaltate, il suo smartphone, il suo account TikTok, il suo fidanzato, le sue amiche e la sua felicità, stanno troppo stretti dentro quella divisa.
Una divisa che racconta tutto quello che una ragazza di diciotto anni non dovrebbe essere.

Ben Gurion Airport

Se c’è una cosa che mi colpisce ogni volta che viaggio in un paese del Mediterraneo è la enorme quantità di cose che condividono i paesi e le persone che si affacciano su questa immensa bacinella di acqua calda.
Sono quelle cose che mi fanno ridere ogni volta che sento qualcuno parlare di “tradizionale”, “tipico” o peggio ancora “identità culturale”.
Più scopri la storia di un posto e più ti rendi conto che soprattutto in questa parte di mondo siamo tutti inevitabilmente figli degli stessi eventi storici.
Ci ostiniamo a vendere a noi in primis i nostri valori, la nostra cucina, la nostra cultura, la nostra tradizione. Ci avvolgiamo dentro le nostre bandiere. Ci difendiamo dietro i nostri riti.
E lo facciamo per sentirci parte di una comunità: per non sentirci soli.
Ma se allargassimo lo sguardo un pochettino vedremmo le cose in maniera diversa. Prendete il cibo ad esempio.
Una parmigiana di melanzane è tanto diversa da un karnıyarık turco o da una musakka greca?
Il famoso e tipico puré di fave di Santorini è così diverso dal meno famoso, ma altrettanto sbandierato piatto tipico pugliese di fave e cicorie?
Le uova con il pomodoro, la cipolla e il formaggio che mi preparava mia nonna, sono così diverse dal shakshuka marocchino?
La puccia salentina è così diversa da una pita greca?
Il tajine marocchino è così diverso dalla pecora nella pignatta che si prepara qui sulla Murgia?
I Baklava mediorientali sono così diversi dalle cartellate o dagli struffoli napoletani?
Gli Şiş kebabı sono così diversi dagli Souvlaki greci o dagli arrosticini abruzzesi?
Potrei continuare all’infinito.
Ogni pezzo di terra che si affaccia sul Mediterraneo è stato per secoli un accesso verso una destinazione oltre l’orizzonte.
Ci siamo mischiati, abbiamo lottato, ci siamo alleati, ci siamo difesi e poi abbiamo invaso per ricominciare daccapo.
Ognuno di quelli che per secoli ha attraversato questo mare, che arrivasse da nord, sud, est o ovest, ha portato con sé un pezzo di quello che conosceva e l’ha lasciato nel posto un cui è finito. Arricchendolo.
Il lembo di terra che sto lasciando, se pur dopo una visita fugace a margine di un giro in Grecia, è conteso da secoli proprio perché quello, per secoli, è stata la principale via di passaggio di chi doveva muoversi attraverso il Mediterraneo per raggiungere l’Europa, l’Asia, l’Africa o l’antica Persia. Che fosse un crociato, un mercante di spezie asiatiche o uno di caffè etiope (l’arabica dell’espresso che tanto ci fa sentire italiani), per secoli, è dovuto partire o arrivare a Jaffa.
E dove c’è commercio, inutile dirlo, c’è ricchezza.
Israele è il più piccolo stato del nostro pianeta ad essere bagnato da due oceani: ha infatti coste sia sull'Atlantico tramite il Mediterraneo e, se pur per un brevissimo tratto di 12 chilometri, sull'Oceano Indiano, nel Golfo di Aqaba. Quella terra si trova in una posizione strategica e, per quanto tutti si ostinino a chiamare in causa profezie, divinità, libri sacri e storie antiche, il motivo per cui tutti vogliono quel pezzo di terra è la ricchezza che è in grado di produrre. Per questo le bombe che cadono su Gaza non sono poi così diverse dalle bombe che cadono nel Donbass e in tanti altri posti del mondo.
Nella storia recente oltre 30 popoli hanno reclamato quella terra come la loro. Che la chiamino “terra promessa” o no, come per Alessandro Magno o più di recente per gli Inglesi, l’obiettivo era e rimane sempre lo stesso: avere il controllo su uno dei crocevia più importanti della storia. Una storia che si ripete sempre uguale e da cui, forse, un giorno impareremo qualcosa.
Lascio con piacere a Tel Aviv la sua umidità. Mi porto dietro tante immagini, tanti profumi, tanti pensieri.
Ora però è tempo di tornare a casa a riposarsi qualche giorno: presto si torna in Germania.

La prossima
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