GC
Appunti di vita

Santorini

Grecia · agosto 2022
Santorini
Santorini

Quello che sapevo di Santorini, mi è stato raccontato dai miei genitori che l’hanno visitata 41 anni fa in viaggio di nozze.
E non è un caso se proprio quest’anno ho deciso di venirci. Un modo tutto mio per omaggiare loro due e i loro racconti in un momento, forse, in cui davvero sono stati spensierati. Così provo ad immaginarmeli cercando anche io di trovare un po’ di quella spensieratezza lasciata 41 anni fa su queste isole vulcaniche.
La prima cosa che realizziamo, la più sconvolgente, riguarda proprio l’entità di questo vulcano: solo una volta saliti in cima al cratere al centro della caldara, capiamo che il vulcano è lì, nascosto in bella vista, quasi totalmente sommerso dall’acqua.
Il cratere centrale, ancora attivo e fumante, è forse il posto più incredibile dell’isola: distese di pietra lavica inaccessibile se non agli uccelli che cercano rifugio.
Arrivati in cima e ascoltando le parole della guida realizziamo, come fosse un’illuminazione divina, che le famose città di Santorini, Fira e Oia, insieme alle altre meno famose, non sono altro che città costruite sull’orlo di un enorme cratere che sbuca dall’acqua.
Le isole attorno sono invece le parti più alte del cratere a sud e ovest. E lo si capisce meglio solo guardando la circonferenza che creano le isole dall’alto delle immagini satellitari.
In pratica il cratere è ricoperto di acqua e, proprio lí dentro, si consuma la bellezza di questo posto.
Essendo tutto costruito sulle pendici di un antico vulcano, le spiagge non sono quelle da sogno delle mete balneari più famose, ma lasciano intendere la loro natura aspra e genuina. Scogliere a picco all’interno del cratere e spiagge di pietra pomice e lavica all’esterno.
Un mare cristallino al punto che bastano una maschera e un paio di bracciate per ritrovarsi immersi in banchi di pesci di ogni tipo.
La diversità della fauna in acqua rispecchia la diversità della fauna sull’isola dove la presenza degli italiani è ineguagliata.
Ci sono specie di ogni tipo, ma si può affermare con quasi assoluta certezza che la maggior parte di loro sia arrivata da Capodichino.
Ci si trova la coppia milanese con il caffè americano take away che parla di lavoro, intercalando parole inglesi anche lì dove non se ne sente il bisogno. Di quei milanesi a cui ti verrebbe da chiedere “scusa, ma perché a te l’italiano fa così schifo?”
Ci sono le coppie di piemontesi che anche qui cercano di non far troppo rumore e non dare troppo fastidio. Sono quelli del “facciamo che…” o “…solo più…”. E bon.
Ci sono i romani stanchi della vita e un po’ lamentini, a godersi un po’ di relax prima di tornare al caos della capitale.
E poi ci sono loro. Fieri figli dell’impero borbonico, da sempre riluttanti verso l’utilizzo di una benché minima frase nella lingua di Dante, rumorosi per natura e sprovvisti dell’indicatore di sicurezza dei decibel.
Dai ragazzi che si sfidano a simulatori calcistici con il Napoli o la Salernitana, perdendosi la meraviglia del mare sconfinato che hanno di fronte, alla matrona sovrappeso che gestisce, come fosse una duchessa dai modi decisamente poco aristocratici, un gruppetto di ragazzi ai suoi comandi. Una di quelle che potreste trovare in un canale televisivo locale a leggere i tarocchi in diretta, per intenderci.
Fira e Oia sono i luoghi da cartolina che rimangono incontrastati per fascino e bellezza solo sulle immagini dei siti turistici.
Nella realtà sono ormai due luoghi in cui si consuma il più becero del turismo.
La quasi totalità del paese è inaccessibile perché di proprietà di alberghi sulle cui insegne dominano le scritte “luxury”, “suites”, “resort”, “charme” e via dicendo.
Un’accozzaglia di vicoli senza abitanti, pieni di negozi, ristoranti e qualche agenzia turistica, bazar di robaccia cinese spacciata per greca e gioiellerie che fanno brillare gli occhi alle ragazze più ingenue che ci passano davanti, rallentando il loro passo davanti alle vetrine mentre i fidanzati cercano invano di tirare dritto facendo finta di niente.
Qui si trova l’attrazione più incredibile del circo: orde di palestrati tatuati con pseudo modelle da Instagram al fianco. Ragazze in abito lungo di lino noleggiato per farsi filmare mentre il vento fa svolazzare la gonna, lasciando intravedere il gusto e la passione per la buona cucina mostrata dalla ragazza durante l’inverno. Anche questo, chiaramente, creato per dare conto a Instagram della bellezza costruita a tavolino a cui ci stiamo sciaguratamente affidando.
Unghie lunghe 5 centimetri e tatuaggi di 50, per dire, qui non fanno neanche più scalpore.
Usciti dalla più prestigiosa trappola per turisti della zona, ce ne torniamo nel nostro sincero paesello a sud dell’isola e, leggendo le recensioni dei locali della zona, inciampiamo in questa: “Ci siamo accomodati. Bellissimo panorama. Eravamo entusiasti, ma purtroppo non abbiamo potuto cenare perché il proprietario era eccessivamente in stato di ebrezza e ha mandato via tutti i clienti perché non poteva più lavorare”.
Eccolo. È il posto perfetto, e così si conferma. Un ristorantino a bordo mare senza pretese, ma onesto nello spirito e nelle intenzioni, lontano dai locali che chiedono consumazioni minime di 35€ a persona durante le ore del tramonto o di quelli con prezzi da far impallidire Venezia o Firenze.
Risultato: cena con due dentici alla brace, frittura di calamari, funghi ripieni, patate al forno, vino, acqua, dessert e la simpatia del proprietario per 56€ in totale.
A trovarne posti così.
Così come è stato un piacere passare una parte di serata con Christos, ragazzo greco di 23 anni espatriato da 6 a Bristol, tornato a dare una mano alla madre per un paio di mesi. Racconta dell’Inghilterra, della sua compagna albanese e dei preconcetti che da queste parti hanno con gli albanesi. “Quelli bravi a correre”, dice scherzando “sono venuti in Grecia. Quelli bravi a nuotare, in Italia.” Ma lui ha investito in Albania e dopo averla conosciuta grazie alla sua compagna ha capito che le dicerie del passato lasciano il tempo che trovano. Mi racconta della sua speranza di avere la cittadinanza inglese e del duro lavoro di sua madre e suo cugino nel piccolo ristorante di Emporio, il paese che ci ospita e che il giorno di ferragosto ci ha allietato con una enorme festa di piazza, con la musica popolare che è andata avanti finché si poteva, con spiedini di carne alla griglia e con vino gratuito a volontà.
Anche questo è un breve sprazzo di autenticità scovato per caso nel più luccicoso dei luoghi turistici dell’Egeo.
Ancora 24 ore sull’isola, giusto il tempo di andare su, in alto, a visitare Pyrgos Kallistis, dove non arrivano i cacciatori di tramonti e dove dicono ci sia una vista unica.
Domani non si torna a casa. La vacanza è finita, il viaggio no. Prossima fermata Tel-Aviv.

La prossima
storia nasce
adesso

Poche lettere all'anno: appunti di lavorazione, letture, presentazioni. Niente altro.

Iscriviti: il prossimo appunto lo leggi prima di tutti.

Ci si cancella con un clic.

Newsletter su Substack