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Appunti di vita

La città dell'utopia

Matera · agosto 2017
La città dell'utopia

Da tempo osservo la situazione della mia città in uno stato di composto silenzio. Ne seguo gli umori, le reazioni, le aspettative, il ritmo con cui cerca di andare avanti verso l'appuntato del 2019. Ne seguo le vicissitudini da lontano grazie a quelle piazze virtuali che sono i social network dove le notizie rimbalzano facendo il giro del mondo alla velocità della luce.

Quando invece mi capita di ritrovarmi fisicamente in città mi piace lanciarmi in uno degli esercizi che amo di più.

Al calar del sole faccio delle lunghe passeggiate in centro, in assoluto silenzio e con le orecchie ben tese. È il momento in cui la città, liberata dalla morsa del caldo, si ritrova a godersi un po' d'aria fresca ed un cono gelato.

Nel mio tragitto lungo via Casalnuovo in direzione del centro, il silenzio lascia pian piano il posto al brusio prima e al rumore poi. Nei pressi di Palazzo Lanfranchi ci sono poche scale che portano sul piano facendo ritrovare chi le sala sull'ingresso sud di via Ridola.

Provo ad avvicinarmi al belvedere, ma è diventato persino difficile affacciarsi e godersi il panorama dei Sassi. L'unico modo è farsi spazio tra i bastoni da selfie e i venditori di cappelli di paglia che provano a guadagnarsi il pane interrompendo le pose dei turisti affamati di scatti. Rinuncio e decido di continuare verso il centro, in uno slalom tra i tavolini e la fiumara di gente che cammina senza un ordine preciso in cerca di non si sa cosa.

Il camminare però mi permette di ascoltare quello che dice la piazza. È un esercizio che ti dà il polso della situazione, l'umore della città.

Questa volta però è diverso. Il solo passeggiare è un esercizio complicato. Sono rimasto sconvolto dalla quantità di gente ad ogni angolo di una città che sta lanciando segnali di cedimento. Passeggiare per il centro è diventato un incubo più che un piacere.

Nel solito giro che dalla chiesa del Purgatorio Nuovo mi porta in piazza del Sedile, poi per via delle Beccherie ed infine in Piazza Vittorio Veneto, non riesco neanche più a contare il numero di locali che hanno aperto i battenti negli ultimi mesi. È un continuo susseguirsi di ristoranti, bar, negozi di souvenir, vettovaglie, generi di consumo di qualunque tipo, venditori di cappelli, negozi di cucù, pizzerie, birrerie, yogurterie, puccerie, norcinerie, noccellerie, piadinerie, rostoccerie, e chi più ne ha più ne metta.

Neanche via San Giovanni e via San Biagio ne sono esclusi. Ci si deve destreggiare tra lenzuola ricamate a mano, ceramiche, i tavolini dell'ennesimo bar e la solita fiumara di turisti di ritorno dalla chiesa di San Giovanni, da un giro nei pressi di Casa Cava o dal luogo ignoto in cui si sono andato a perdere.

Ma questo è il meno. L'esercizio di ascolto a passo lento mi ha rivelato una triste verità. Le voci che mi arrivavano erano fatte di accenti e lingue diverse. Ho distinto veneti, liguri, romani, francofoni francesi e francofoni belgi, inglesi, giapponesi (anche se quelli non hanno avuto bisogno di parlare), calabresi, milanesi e via dicendo.

Una mescolanza di lingue e di forme dotati di pochi bastoni da trekking e molti bastoni da selfie.

Nel tornare su per il Corso in senso opposto, ho realizzato ad un certo punto che mi mancava qualcosa. Ed è stato guardando l'insegna dello negozio di un famoso amaro locale che ho realizzato che quello che mi mancava era l'accento materano. Non ho sentito o visto conterranei.

Ho continuato quindi alla ricerca dei soliti gruppi che si formano spontaneamente in giro per le strade del centro, ma niente. Spariti.

Forse è stata colpa mia, mi sono detto. Forse è stata colpa mia che nell'intento di scappare da quel girone dantesco ho iniziato a non far più caso a nulla se non a raggiungere la via d'uscita più vicina.

Per trovare un angolo di pace dove godermi il silenzio della mia città mi sono andato a riposare in un vialetto alle spalle di via Casalnuovo, fuori dal centro. Uno di quei luoghi che se non sei del posto non conosci. Uno di quei vicoletti che aprono alla magnifica vista sui Sassi con gli spazi e i silenzi che solo la gravina a strapiombo sotto le gambe a penzoloni ti sa dare.

Lì i turisti non sono ancora arrivati, ma da lì il mio esercizio continua e mi permette di godere dell'essenza meravigliosa di questa terra. I suoni dei Sassi arrivano infatti nitidi, rimbalzati dalle mura di tufo che il tempo ha scavato nel canyon.

Osservo nel buio ed in lontananza la processione dell'Assunta camminare verso la chiesa di San Pietro Caveoso accompagnata da una banda che segue lenta le decine di lumini rossi in movimento. In quella ritrovata pace ripenso ai souk, i caotici mercati arabi in cui la gente si dimena tra le viuzze strette formate dalle bancarelle. La sensazione avuta passeggiando in centro a Matera è stata esattamente la stessa di un giro nei mercati di Marrakech o nel gran bazar di Istambul. Una sensazione di estraneità e fastidio in cui c'era tutto tranne chi quella città la abita, tranne quello che la città è, tranne la sua anima e la sua essenza.

Gli esperti di etimologia non sono concordi sull'origine della parola utopia, benchè il suo significato sia abbastanza chiaro, se pur applicabile in diversi contesti. Utopia infatti potrebbe avere due origini che le attribuirebbero due significati diversi: eu-topos ovvero "il bel posto" oppure ou-topos cioè "il posto che non può essere".

Matera, probabilmente, questi significati li raccoglie entrambi anche se il primo sta lasciando sempre più spazio al secondo.

"Un posto che non può essere" perché abbandonato a se stesso e senza una guida, senza un piano, senza visione. Senza nessuno che la ama davvero, che la rispetta, che ne asseconda i ritmi lenti ed antichi. Lei, dal canto suo, sta provando a trattenere questa ondata di piena facendosi forza sulle sue più profonde e solide radici rocciose, sapendo che se ha resistito diecimila anni a barbarie, razzie, guerre, carestie, pesti, agli invasi e agli invasori, ad alluvioni e a siccità, probabilmente riuscirà a resistere anche a questo improvviso, pericoloso ed indisciplinato momento di perdizione.

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