A Rocco Scotellaro
Caro Rocco,
prima di scriverti ho dovuto concedermi qualche giorno per riprendermi da questo turbinìo di emozioni che abbiamo vissuto. Ho dovuto lasciare che quelle emozioni uscissero tutte prima di avere il coraggio e la forza di asciugarmi le lacrime e rendermi conto che il mondo intorno a me era cambiato.
Eppure non riesco a smettere di far battere forte il cuore e di far luccicare gli occhi. Arriva ancora tutto come un inesorabile ed infinito fiume che senza controllo travolge ogni cosa si trovi di fronte.
Caro Rocco, avresti dovuto vedere.
Il tuo cuore si sarebbe riempito di orgoglio e stupore allo stesso tempo.
Così lontani ci sembrano i tempi in cui impugnavi la zappa in una mano e un libro di poesie nell'altra, e girando per le contrade di tutta la Basilicata cercavi di raccontare a noi cafoni che quello che ci volevano far credere era sbagliato. Che quello che avevamo non poteva essere sostituto da nient'altro al mondo. Che la verità ce l'avevamo noi, nelle nostre tasche vuote, conservata gelosamente nei versi e negli sguardi dal fascino infinito. Conservata nel pudore della conoscenza e nell'orgoglio della propria origine. Nella lotta comune e nella speranza che stavamo costruendo per i nostri figli.
Erano tempi difficili i tuoi.
Hai dovuto lottare, e non solo con le parole. Contrada per contrada, paese per paese. Persona per persona.
Hai dovuto impugnare una falce e andare nei campi insieme ai contadini del nostro Sud per potergli raccontare che quel sudore sulla fronte chiedeva giustizia al cielo come i lupi nelle notti di luna piena. Hai dovuto tenere le fila di chi, lottando e morendo, ha deciso di rimanere, conquistandosi con il sangue un pezzetto di terra da coltivare per poter sfamare le bocche dei propri figli e riacquistare un pezzetto di dignità.
E lo hai fatto in un modo meraviglioso. Un modo tutto tuo: lo hai fatto da poeta.
Sembra così lontano quel tempo. Eppure non lo è. Perché in questo piccolo frammento di storia dell'umanità abbiamo saputo trovare il coraggio di rialzare la testa e lavorare silenti e operosi, quasi all'oscuro del mondo, con una forza d'animo che non ha eguali. Con quel modo taciturno di "stare" che solo noi sappiamo incarnare.
Caro Rocco ci manchi oggi più che mai, perché tanto è l'orgoglio che avremmo avuto nel vederti assistere a tutto questo.
E so che non puoi che essere fiero di quello che siamo diventati, di quello che i ragazzi della mia generazione hanno saputo fare. Una generazione che ha preso in eredità la lotta che tu, allora neanche trentenne, hai guidato con la rivoluzione dei tuoi tempi.
È nata una nuova generazione di ragazzi che non usa le zappe o le falci e che non deve più morire. Non deve più vedere andar via i propri sogni, perché quei sogni è riuscita a farli tornare lì dove solo tu e pochi altri erano riusciti. Combattendo si, ma contro nemici invisibili. Usando nuove armi, ma stessi simboli, stesse parole e stessa poesia. Usando lo stesso orgoglio e la stessa identità, gli stessi abbracci e gli stessi sorrisi. La stessa paura e le stesse emozioni.
Tutte cose che ci hai lasciato tu, insieme a quello stesso orgoglio di appartenenza che oggi fa il giro del mondo in un batter di ciglia e che ci rende fieri perché è arrivato il nostro momento di raccontarlo.
Oggi, caro Rocco, le tue parole riecheggiano nel mondo più che mai, come fossero tuoni che si schiantano nella gravina in un giorno ingrigito di ottobre. E l'ombra di quel che eravamo risplende sotto i raggi del sole della consapevolezza.
Un mondo perso senza meta verso la distruzione della dignità umana ha capito che l'unica vera strada possibile per riprendere coscienza di sé era quella intrapresa dai quei cafoni che oggi agli altri paiono profeti, ma che noi invece chiamiamo da sempre con i loro veri nomi: nonni, padri, madri.
Avevi dannatamente ragione tu. Avevamo un'anima fatta di cose semplici. Un'anima allo stesso tempo così complessa che ci sono voluti oltre 50 anni per poterne comprendere la grandezza.
Avevi letto tutto, lì dove non c'era niente.
Avevi trovato negli occhi delle persone la porta che conduceva alla felicità.
Oggi, mio amato Rocco, è il tempo per cominciare a scrivere un nuovo capitolo della nostra storia, ogni volta spinti da qualcosa di nuovo e ogni volta con in spalla la tammorra e le storie che ci tramandiamo.
Perché c'è un tempo in cui lo sconforto è la tua unica compagnia e c'è invece un tempo in cui anche se sei solo, non ti senti solo per niente.
È il tempo dove ogni cosa ha un senso. Un senso che non è sensato per tutti. Ma lo è per te, per noi.
È il tempo in cui è arrivato il tempo di lasciare qualcosa a questo mondo. Qualcosa che vada oltre le nostre vite passeggere.
Questo è il tempo in cui la felicità non la trovi cambiando città, lavoro o amici. È il tempo in cui la felicità ha una forma chiara: è un luogo intimo e profondo che hai dentro e che devi voler guardare per poter raggiungere.
È il tempo in cui il tempo non è più una costante. È il tempo di riappropriarsi del proprio ritmo ed è il tempo di far battere i nostri cuori all'unisono, come fossero il canto dei grilli d'estate.
E se mia figlia un giorno mi chiederà perché sono felice, perché credo di aver cambiato nel mio piccolo le cose e perché sia così tanto innamorato della mia terra, le spiegherò che quella felicità me la sono dovuta guadagnare insieme a tanti altri ragazzi come me. Che la felicità non cresce mica sugli alberi, e che abbiamo dovuto cercare, scegliere, aspettare il momento giusto e soprattutto andarcela a prendere. E poi vestirci eleganti, come se quell'abito potesse dare maggior peso alle nostre parole, e avere l'ansia che non ce l'avremmo fatta e saremmo tornati a casa con le lacrime dello sconforto. E poi stare accanto al telefono, prendere un biglietto per poter dire che c'eravamo. Scrivere, correre, macinare chilometri e quasi non dormire per giorni per veder riempita una piazza di lucani arrivati da ogni dove. Lucani che si tenevano per mano con quelli che erano lì e con quelli che si stavano tenendo per mano da ogni parte del mondo. Con lo stesso spirito. Con lo stesso orgoglio. E avere le farfalle allo stomaco la sera che avrebbero detto quel nome. E piangere come bambini quando avevamo capito che il nome era quello giusto.
E svegliarsi di notte con i dubbi e le ansie che si, avevamo vinto, ma se le cose belle fossero andate a finire in discarica insieme ai tanti parassiti che ci vivono?
E poi svegliarsi, fare viaggi, risate, cene, brindisi, baciarsi, abbracciarsi, perdere la voce, ma anche affrontare discussioni sul futuro, sul presente, sulla direzione da dare alla vita e all'amore.
E sopportare qualunque cosa. E sorridere che nonostante tutto di quella terra meravigliosa eravamo tutti perdutamente innamorati.
A mia figlia vorrò raccontare questo. Le racconterò di come siamo passati dalla tua alla nostra rivoluzione. Dal sangue dei tuoi giorni alle lacrime di gioia dei nostri.
E sono sicuro che lei, mia figlia, non avrà difficoltà a capire che quella felicità e quell'amore ce lo siamo meritati.
E che come ha toccato noi, toccherà inevitabilmente anche a lei.
Ma tutto questo glielo vorrò raccontare con una voce serena, con la lenta cadenza della gente del Sud. Con quel modo di parlare che amo, che non ho trovato in nessun altro posto al mondo e che rende grande la nostra gente. Perché la gente del Sud avverte il carattere fondante delle parole e quando le pronuncia dà vita alle cose che nomina, popolando la durezza della sua terra e l'orgoglio per quello che rappresenta.