Ricordo molto bene il giorno in cui, da matricola, fu inaugurato l'anno accademico del mio corso di Comunicazione all'Università di Torino. All'Epoca Marcello Sorgi era direttore della Stampa.
Quel giorno assistetti ad un suo intervento di apertura insieme a quelli che poi furono i miei compagni di corso e insieme a diversi altri docenti, tra cui il temutissimo coordinatore di quel corso, il prof. Brunello Mantelli, docente di "Storia comparata dei fascismi, storia della Germania nell'età contemporanea, storia dei conflitti politici, sociali, militari nei secoli XIX e XX".
Un uomo che ho rispettato molto da studente per via della sua levatura morale, per la sua storia personale, per la sua sterminata cultura e per il rigore con cui affrontò con la schiena dritta delle situazioni spiacevoli durante alcune discussioni di laurea qualche anno dopo. Mantelli era uno che non ne faceva passare una. Ed era anche uno di quelli che pretendeva dalle persone che erano attorno a lui, lo stesso rigore e rispetto nei confronti della verità che ci metteva lui nel suo lavoro. E proprio per questo il suo corso, nonostante la difficoltà nel prepararlo, fu molto istruttivo ed interessante. Mi ritrovai con lui a studiare quasi tutti gli assetti politici e legislativi dei paesi di tutta Europa durante i primi anni del '900 scoprendo, ad esempio, la politica di pulizia etnica organizzata sul modello nazista, con deportazioni e campi di concentramento e di sterminio ad opera dalla corrente ultranazionalista guidata da Ante Pavelić. Oppure la trasformazione di un paese come l'Ungheria che da centro indiscusso di cultura, arte e bellezza si piegò alle legislazioni razziali cambiando volto per sempre.
L'intervento di Sorgi, in quella occasione, fu abbastanza banale. Si trattava della classica presentazione dovuta, senza stimolo e senza verve, ad opera di una persona con un ruolo rilevante nel panorama mediatico italiano che presenziò a quella cerimonia tendenzialmente per autoalimentare il suo ego. L'intervento, ricordo, fu vago, non preparato, palesemente a braccio e senza alcun elemento sostanziale che desse idea alla platea del perché quella persona fosse lì di fronte a raccontarci quelle storielle sul mondo del giornalismo italiano.
Alla fine dell'intervento, e una volta che Sorgi fu uscito dall'aula, il coordinatore Mantelli prese la parola ed esordì dicendo: "Bene…dopo aver sentito queste stronzate, vi spiego cosa faremo qui.".
L'aula rise e lui, in quel modo, si prese la scena tarandosi rispetto all'aula e all'ospite appena uscito. Finalmente però fummo coscienti di quello che ci aspettava e così iniziò il nostro corso.
La seconda volta che ho avuto modo di incontrare Sorgi fu all'Istituto di Cultura Italiana di Londra durante la presentazione del libro di Michelangelo Pistoletto e Alain Elkann "La voce di Pistoletto" (Bompiani, 2013).
Sorgi era seduto davanti a me e stava dettando al telefono un articolo a qualcuno. Un pezzo che definire inconsistente significherebbe fare un torto alla capacità intellettuale di molti giornalisti che affrontano seriamente il proprio lavoro.
Sorgi non ho più avuto il piacere di incontrarlo di persona, ma ho avuto modo nel tempo di leggerlo ed ascoltarlo più volte.
La mia stima professionale nei suoi confronti è relativamente bassa e di questo ho avuto ennesima conferma durante la ormai famosa -almeno in Lucania- puntata di Ballarò in cui ha definito la Basilicata una terra di contadini abituati a vivere in mezzo agli animali. Terra desolata e senza nulla. Priva di alcunché.
Sto scrivendo tutto questo perché penso che il giudizio -se mai debba essere dato- su qualcuno, debba arrivare sulla base di fattori multipli, non solo su una uscita televisiva capace di far emergere puro e sterile campanilismo.
Certo la Basilicata non può considerarsi certo una Regione ricca e questo è oggettivo. Ci sono ancora grandi sacche di ignoranza e povertà. Ci sono territori meravigliosi che rischiano di essere distrutti dalla ingordigia umana. Non c'è più, di fatto, una filiera industriale o un piano di sviluppo in questo senso. E' potenzialmente ricca di risorse primarie che acqua, petrolio, gas, ma povera tanto in termini di PIL quando di visioni politiche. E' una regione che, a mio parere, sta ancora cercando di reinventarsi scoprendo che forse ciò che aveva voluto dimenticare anni fa, ciò che riteneva essere una vergogna, è l'unica speranza che ha per costruire il proprio futuro.
"Nelle grotte dei Sassi si cela la capitale dei contadini, il cuore nascosto della loro antica civiltà".
Così scriveva Carlo Levi nel suo Cristo si è fermato ad Eboli e forse lui, prima di molti altri aveva capito che il cuore di quella civiltà era il suo più grande pregio e a distanza di diverse decine di anni, finalmente, la gente lo sta capendo. La nomina di Matera a Capitale Europea della Cultura, che ha fatto delle persone e della cultura di questo territorio la sua forza, ne è un esempio.
Aspettiamo di vedere che cosa succederà con la questione Tempa Rossa e lasciamo che la magistratura vada più a fondo di quanto non abbiano fatto quelle trivelle, ma mi auguro che dopo gli intellettuali e dopo le persone di tutto il mondo che stanno arrivando in massa in questa terra, questa nuova rotta culturale e di salvaguardia del territorio e della sua cultura, la recepiscano anche i nostri politici, siano essi rappresentanti delle istituzioni locali che di quelle nazionali.
Mi auguro anche che lo stesso Marcello Sorgi capisca che il cuore nascosto della antica civiltà contadina lucana è lo stesso cuore che batte in una enorme parte d'Italia, soprattuto del Sud e che quella cultura contadina nascosta, se rivelata e proiettata al futuro in maniera sostenibile e intelligente, come da tempo sta cercando di spiegare Franco Arminio, può diventare l'unico vero giacimento in cui si potrà trivellare all'infinito, tirando fuori la ricchezza che serve a questa regione per tornare ad essere grande.